Il diritto penale e le presunzioni: storia di una difficile relazione

Corte Costituzionale 185/2015 si pronuncia sulla legittimità costituzionale dell’art. 99 comma 5 c.p. e

segna un’altra battuta d’arresto all’utilizzo delle presunzioni assolute.

Con ordinanza di rimessione la Corte di Cassazione si era interrogata sulla tenuta costituzionale dell’art. 99 comma 5 c.p., disciplinante la cd. recidiva obbligatoria, ovvero la circostanza aggravante in forza della quale si dispone un automatico aumento di pena per i reati di cui all’art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen..

In particolare si riteneva che l’aumento automatico della pena contrastasse con le acquisizioni giurisprudenziali in tema di recidiva (che è applicata quando rileva concretamente sotto il profilo della maggiore pericolosità sociale e della più accentuata colpevolezza del reo), violando così l’art. 3 della Costituzione nella parte in cui contrasta con il principio di ragionevolezza e parifica nel trattamento obbligatorio situazioni personali e ipotesi di recidiva tra loro diverse, e l’art 27 nella parte in cui rischia di rendere la pena palesemente sproporzionata, e dunque avvertita come ingiusta dal condannato, vanificandone la finalità rieducativa.

Nella sentenza in commento la Corte Costituzionale sottolinea come le presunzioni assolute non costituiscano un’assoluta novità del diritto penale; tuttavia esse sono valide quando si fondano sull’id quod plerumque accidit, ovvero su dati di esperienza generalizzati.

Diversamente, si deduce l’irragionevolezza della presunzione assoluta, e dunque la sua illegittimità, ogniqualvolta sia agevole formulare ipotesi di accadimenti reali contrari alla generalizzazione posta a base della presunzione stessa.

Ad avviso della Corte la presunzione assoluta di cui all’art. 99 comma 5 c.p. “sarebbe giustificata unicamente dall’appartenenza del nuovo episodio delittuoso al catalogo dei reati indicati dall’art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen., ma non potrebbe trovare fondamento in un dato di esperienza generalizzato”.

Da ciò la Corte desume che l’art. 99 quinto comma, cod. pen., nel prevedere che nei casi di cui all’art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen., la recidiva è obbligatoria, contrasta con il principio di ragionevolezza e parifica nel trattamento obbligatorio situazioni personali e ipotesi di recidiva tra loro diverse, in violazione dell’art. 3 Cost.

La previsione di un obbligatorio aumento di pena legato solamente al dato formale del titolo di reato, senza alcun «accertamento della concreta significatività del nuovo episodio delittuoso – in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti e avuto riguardo ai parametri indicati dall’art. 133 cod. pen. – “sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo” (sentenza n. 192 del 2007)» (sentenza n. 183 del 2011), viola anche l’art. 27, terzo comma, Cost., che implica «“un costante ‘principio di proporzione’ tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall’altra” (sentenza n. 341 del 1994)» (sentenza n. 251 del 2012). La preclusione dell’accertamento della sussistenza nel caso concreto delle condizioni che dovrebbero legittimare l’applicazione della recidiva può rendere la pena palesemente sproporzionata, e dunque avvertita come ingiusta dal condannato, vanificandone la finalità rieducativa prevista appunto dall’art. 27, terzo comma, Cost.

Per questi motivi la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art 99 comma 5 c.p. nella parte in cui dispone in via obbligatoria l’aumento di pena per i reati di cui all’art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen..

corte costituzionale 185 del 2015

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.