I RIFLESSI PENALISTICI DELLA QUESTIONE MULTICULTURALE Implicazioni dommatiche e profili di politica criminale

Abstract della monografia così intitolata e scritta dall’ avv. Claudia Santoro, dottore di ricerca in Sistema penale e processo presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli

Il consistente incremento dei flussi migratori che recentemente ha coinvolto l’Italia ha determinato l’insediamento sul territorio nazionale di numerose comunità di migranti – ognuna con la propria cultura e le proprie tradizioni – desiderose di integrarsi e, al contempo, di preservare l’originaria identità. Al pari di quanto già avvenuto in altri Stati occidentali – si pensi agli Stati Uniti e al Canada, oppure, volendo restare nei confini europei, alla Francia e all’Inghilterra  – l’immigrazione ha costretto anche il nostro Paese a confrontarsi con il fenomeno del pluralismo culturale e con il problema della convivenza tra culture.
Se fino a pochi decenni fa era normale attendersi che le minoranze immigrate si assimilassero alle culture degli Stati di accoglienza, oggi quest’aspettativa di assimilazione inizia ad essere considerata oppressiva e molti Paesi occidentali stanno cercando di ideare delle politiche nuove in grado di rispondere più adeguatamente ai bisogni di affermazione identitaria manifestati dai nuovi arrivati. Tali politiche prendono il nome di “multiculturalismo” e hanno come scopo ultimo quello di valorizzare giuridicamente le differenze culturali, attraverso il riconoscimento di speciali “diritti di gruppo” alle comunità etniche minoritarie.
Quando il termine “multiculturalismo” viene impiegato in diritto penale, si discute in ordine alla possibilità di riconoscere un trattamento differenziato e di favore ai migranti che abbiano commesso un reato sotto l’influsso delle norme della propria cultura d’origine. Tali tipologie di illecito vengono comunemente definite dai penalisti “reati culturalmente orientati”.

Il volume si suddivide in quattro capitoli. Nel primo viene effettuata un’ampia premessa filosofico-politica funzionale all’esposizione delle questioni sollevate dal multiculturalismo. In particolare, l’indagine prende le mosse dall’analisi delle posizioni teoriche dei più noti studiosi delle società multiculturali – Charles Taylor, Jürgen Habermas, Will Kymlicka –, per poi concentrarsi sulla definizione antropologica del concetto di “cultura”, necessaria per individuare la categoria dei “reati culturalmente orientati”.
Nella seconda parte del primo capitolo, l’Autrice cita i principi costituzionali dai quali è possibile desumere che il diritto all’identità culturale è un diritto fondamentale, tutelabile al pari degli altri diritti costituzionalmente sanciti, e poi inizia ad analizzare i complessi rapporti tra multiculturalismo e diritto penale. Prima di spiegare quali sono gli atteggiamenti adottati dal nostro legislatore e dalla nostra giurisprudenza di fronte alla sempre più frequente commissione da parte dei migranti di reati culturalmente condizionati, viene svolta un’indagine comparatistica sui sistemi penali francesi e anglosassoni: i primi inclini a non attribuire alcuna rilevanza in sede penale al fattore culturale, i secondi, al contrario, orientati ad attribuire in vari modi rilievo al movente culturale.
Nel secondo capitolo vengono analizzate puntualmente due fattispecie di reato introdotte di recente nel nostro ordinamento, le mutilazioni genitali femminili (art. 583-bis c.p.) e l’impiego di minori nell’accattonaggio (art. 600-octies c.p.), emblematiche di una strategia politica volta non solo alla non attribuzione di alcuna rilevanza al fattore culturale in sede penale, ma finalizzata anche a punire più severamente gli autori culturalmente diversi, in un’ottica definita “assimilazionista-discriminatoria”.
Nel terzo capitolo l’Autrice cerca di inquadrare dommaticamente il fattore culturale, di verificare, cioè, se esso possa rilevare in sede di tipicità, di antigiuridicità o di colpevolezza/responsabilità, oppure semplicemente nella fase di commisurazione della pena. Questa verifica viene condotta seguendo l’impostazione sistematica di quell’attenta ed autorevole dottrina che, promuovendo l’integrazione della scienza penale con la politica criminale, ha saputo“leggere” le tre categorie tradizionali dall’angolo visuale della loro funzione politico-criminale. In particolare, per questa elaborazione sistematica, il fatto serve a soddisfare esigenze di determinatezza/tassatività, affermate dal principio di legalità; l’antigiuridicità rappresenta il luogo in cui trovano risoluzione i conflitti individuali e/o superindividuali e la colpevolezza funge da limite garantistico all’esercizio della pretesa punitiva, intesa in termini di prevenzione. In realtà, quest’ultima finisce così per divenire una delle componenti di una rinnovata terza categoria del reato, denominata responsabilità.
I referenti teleologici delle tre funzioni politico-criminali individuate nelle tre categorie del reato sono stati rinvenuti, rispettivamente, nella tutela della libertà (tipicità), nella soluzione dei conflitti sociali (antigiuridicità) e nell’esplicazione delle finalità di prevenzione (colpevolezza/responsabilità).
Nell’ultimo capitolo, infine, l’Autrice indaga gli stringenti rapporti tra multiculturalismo e funzioni della pena ed espone le sue conclusioni.

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