FURTO CON DESTREZZA EX ART. 625 CO.1 N. 4 E DISTRAZIONE. S.UN. 34090/2017.

Con la sentenza del 12.07.2017 n. 34090/2017 (qui trovi il link CORTE DI CASSAZIONE SEZ, UN 34090 2017) le Sezioni Unite della Corte di Cassazione risolvono un contrasto giurisprudenziale emerso in relazione alla applicabilità della aggravante ex art. 625 co.1 n.4 c.p. in caso di spoliazione di un bene da parte del ladro che approfitta di una distrazione altrui, non intenzionalmente generata con raggiri o con altri strumenti.

In particolare la Corte è giunta ad formulare un principio di diritto per cui “ La circostanza aggravante della destrezza di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., richiede un comportamento dell’agente, posto in essere prima o durante l’impossessamento del bene mobile altrui, caratterizzato da particolare abilità, astuzia o avvedutezza, idoneo a sorprendere, attenuare o eludere la sorveglianza sul bene stesso; sicché non sussiste detta aggravante nell’ipotesi di furto commesso da chi si limiti ad approfittare di situazioni, dallo stesso non provocate, di disattenzione o di momentaneo allontanamento del detentore dalla cosa

Questo arresto giurisprudenziale scaturisce da una fattispecie di furto in un supermercato di un pc realizzato dal ladro sfruttando un momento di distrazione di una commessa.

In primo come in secondo grado l’imputato fu condannato per aver commesso il furto con l’aggiunta del riconoscimento, a suo sfavore, della aggravante della destrezza ex art. 625 comma 1 n. 4 c.p. ( per approfondimenti sulla ipotesi di furto con destrezza si rinvia all’art.

Furto in supermercato, aggravante della destrezza. Cass. Sez. 5 Num. 40262/ 2016.

Rispetto a tale decisione veniva promosso ricorso per cassazione poiché “l’imputato non aveva compiuto alcuna azione per creare condizioni favorenti la sottrazione del bene essendosi solo limitato ad approfittare della distrazione, non provocata, della proprietaria del bene asportato”; si segnalava il contrasto giurisprudenziale in merito alla aggravante della destrezza.

Il quesito di diritto sottoposto alle Sezioni Unite si riferisce alla applicabilità della aggravante ex art. 625 co.1 n.4 (furto con destrezza) nel caso in cui il ladro approfitti della temporanea distrazione altrui, senza che lo stesso agente avesse creato le condizioni per l’emersione di tale stato di disattenzione.

Per le S. Un la questione rileva in quanto, manca a livello normativo una determinazione del concetto, dell’oggetto ed i limiti della destrezza.

Inoltre, la Corte rileva che dalla interpretazione scelta del termine elastico destrezza discendono delle conseguenze circa il regime di procedibilità del reato (se furto aggravato è perseguibile d’ufficio) e sulla applicabilità dell’art. 131 bis c.p. (se sussiste l’aggravante vi è un innalzamento dei limiti sanzionatori con ricadute sulla applicazione della condizione di non punibilità ex art. 131 bis c.p.).

Guardando alla giurisprudenza si registra la presenza di due orientamenti diametralmente opposti e connotati per una lettura estensiva o riduttiva della aggravante indagata.

Un primo orientamento (ampliativo) riconosce la destrezza nel caso di spossessamento del bene altrui derivante dall’aver approfittato della distrazione, anche solo temporanea, del soggetto leso per proprie esigenze di vita e/o lavorative; non a caso tale orientamento si muove lungo due coordinate consistenti nel “non pretende necessariamente l’impiego di doti eccezionali applicate nella sottrazione e tali da impedire al derubato di averne contezza” ed “estrinsecandosi tale fattispecie nell’approfittamento della condizione disattenta del soggetto passivo, distratto da altre occupazioni o comunque poco concentrato nella sorveglianza dei propri averi”.

Esemplari di tale condotta sono le ipotesi in cui vi è il furto di beni contenuti in auto parcheggia in pubblica via e non chiusa; in uno studio medico; in un negozio ecc.

Un secondo orientamento (restrittivo), invece, esclude la sussistenza della aggravante della destrezza nel caso del ladro che si avvale della distrazione altrui, non generata intenzionalmente, “perché l’azione non presenta alcun tratto di abilità esecutiva o di scaltrezza nell’elusione del controllo dell’avente diritto, ma al più l’audacia e la temerarietà di sfidare il rischio di essere sorpresi”.

Le Sezioni Unite, con la sentenza indagata, risolvono il contrasto giurisprudenziale aderendo al secondo indirizzo descritto.

Per spiegare questa soluzione le S.Un. effettuano un breve excursus storico sulla fattispecie di reato.

Il particolare rammentano che già il Codice Zanardelli all’art. 403 primo comma n.4 riconosceva, come i codici preunitari, questa fattispecie legale tipica seppur collegandola ad una azione fraudolenta commessa a danno di un soggetto in un luogo pubblico o aperto al pubblico e differenziandola dalle ipotesi di frode.

Quindi in tale codice il furto con destrezza era collegato inscindibilmente ad un requisito personale e ad uno spaziale.

Il Codice Rocco, pur mantenendo l’impianto precedente circa la presenza di un catalogo di ipotesi di furto, rifuggiva dal collegamento del furto con destrezza al duplice requisito di carattere spaziale e personale poicè il legislatore storico preferì aggiungere alla fattispecie legale tipica del furto, un elemento elastico come la destrezza, lasciando spazio all’interprete nella determinazione del suo significato e dei suoi limiti applicativi.

Alla luce di tanto si è sviluppata in giurisprudenza e in dottrina un significato di destrezza che come  “nel linguaggio comune individua l’accortezza, la rapidità, l’agilità e la prestanza nel compiere una determinata azione, ma anche la qualità psichica del saper superare le difficoltà e raggiungere l’obiettivo prefissatosi, e riferendo tali concetti al contesto giuridico ed al furto, ha individuato nella destrezza un elemento specializzante della fattispecie base e vi ha attribuito il significato di abilità motoria e sveltezza intese in senso fisico, oppure di avvedutezza e scaltrezza, quali doti intellettive, in entrambi i casi applicate e manifestate nel compiere l’impossessamento del bene altrui in modo tale da eludere, sviare, impedire la sorveglianza da parte del possessore e da rendere più insidiosa ed efficace la condotta”.

Pertanto, la destrezza si configura in presenza di un’attività connotata da particolare abilità e celerità (es. il cd. borseggio) tale da non permettere alla vittima di aver contezza di ciò che sta accadendo; oppure in un’attività astuta, avveduta, connotata da un elemento psicologico più che fisico idoneo a superare la vigilanza ed il controllo della persona media.

Concezione scevra dal requisito personale presente nel citato art. 403 del Codice Zanardelli che consente di indirizzare la attività non solo sulla persona offesa, ma anche verso una tutela precipua del bene oggetto della sottrazione.

Inoltre, le stesse S.Un. precisano che “È comunque stata avvertita l’esistenza di un nesso di interdipendenza tra abilità dell’agente, di qualunque natura essa sia, e sorveglianza della persona offesa sulla res, postulando l’aggravante entrambi i requisiti, che restano privi di rilevanza se isolatamente considerati: l’abilità rileva non quale particolare capacità operativa in sé del soggettivo attivo ma perché idonea ad evitare o attenuare la vigilanza della persona offesa ed in grado di minorarne ed attenuarne la difesa del patrimonio; il controllo sul bene da parte del possessore non è di per sé qualificante, perché elemento costitutivo della fattispecie, comune anche ad altre circostanze aggravanti del furto, come per l’uso del mezzo fraudolento o nell’uso della violenza, e va riferito ad un livello di normalità parametrato sull’uomo me-dio, quindi valutabile in astratto, sicché per poter configurare l’aggravante non è richiesto che l’agente riesca a superarla, conseguendo il risultato di non destare l’attenzione della persona offesa”.

La ratio della aggravante, inoltre, discende, per la Corte, dal fatto criminoso che “presenta più marcato disvalore perché l’altrui patrimonio è oggetto di aggressione compiuta con modalità più efficaci in quanto rapide, agili, oppure scaltre ed avvedute, dimostrative di incrementata pericolosità sociale ed in grado di menomare la difesa delle cose”.

Giunte a definire il significato di destrezza, le S. Un., indagano le ipotesi affini presenti nel codice penale.

In particolare la Corte si sofferma sull’uso di mezzi fraudolenti.

In maniera netta statuiscono che “Esse descrivono, infatti, modelli di agente prossimi, ma non coincidenti, dal momento che la prima circostanza si caratterizza per la rapidità dell’azione nell’impossessamento, non potuto percepire dalla persona offesa appositamente distratta, la seconda per la particolare scaltrezza nell’attività preparatoria, concertata ed attuata mediante qualche comportamento richiedente la presenza del possessore, idonea ad eluderne la vigilanza ed i mezzi approntati a difesa dei suoi beni”.

Concluso il percorso di studio sulla destrezza, le S.Un. applicano le coordinate intercettate al casus.

In tale ipotesi, l’orientamento favorevole all’applicazione della aggravante della destrezza, assume questa posizione poiché non reputa importante il ricorso ad una capacità particolare del reo, ma con uno slancio punitivo, fornisce maggior forza e rilievo alla sua concreta pericolosità che gli consente di comprendere il vantaggio temporaneo, non intenzionalmente causato, e di sfruttarlo per impossessarsi della cosa.

In sostanza è punita la capacità del reo di approfittare di situazioni con danno altrui.

Visione respinta dalle S.Un. che, stante l’insufficienza del canone letterale, propendono per un’ermeneusi sistemica e teleologica della norma.

A livello sistemico le S. Un. ritengono che la destrezza possa ricavarsi a contrario dal confronto con la fattispecie di furto ex art. 624 c.p.

Rispetto a quest’ultima ipotesi delittuosa è richiesta una modalità operativa differente da quella “che realizza il furto semplice, deve rivelare un tratto specializzante ed aggiuntivo rispetto agli elementi costitutivi della fattispecie basilare, costituito dall’abilità esecutiva dell’autore nell’appropriarsi della cosa altrui, che sorprenda o neutralizzi la sorveglianza sulla stessa esercitata e disveli la sua maggiore capacità criminale e la più efficace attitudine a ledere il bene giuridico protetto”.

Per la stessa Corte non è necessario nemmeno il cd. “virtuosismo criminale” (esempio della velocità nel borseggio ecc), ma solo una attività caratterizzata da un quid pluris ( ritorna il concetto della clausola elastica) rispetto all’art. 624 c.p. idoneo a superare la vigilanza e la sorveglianza dell’uomo medio.

Applicando queste coordinate al caso di specie deriva, per la Cassazione, l’inapplicabilità della aggravante poiché manca il quid pluris (di tipo fisico o intellettivo) dell’appropriazione che, infatti, è realizzata sfruttando una situazione propizia.

Ulteriore argomento sistemico è ricavato dalle S.un. indagando l’aggravante ex art. 625 co 1 n.6 c.p. in cui il legislatore ha già sussunto la distrazione in una norma ad hoc. Questa scelta legislativa, pertanto, impedisce la emersione di una interpretazione che ammetta, solo per la presenza di un contesto differente (non riferibile ai bagagli o alla situazione di viaggio), il riconoscimento del furto con destrezza.

È facile dedurre che se il legislatore avesse voluto ricomprendere la distrazione dello spossessato avrebbe dovuto formulare una norma specifica come ha fatto solo per la ipotesi del n. 6.

L’indagine resta coerente, per la Corte, anche analizzando il bene giuridico protetto e la offesa realizzata dal ricorso alla attività destra.

Infatti, per applicare l’aggravante è richiesta una modalità operativa connotata da una accresciuta aggressività sul bene, sottratto in seguito ad una attività celere o particolarmente astuta, che giustifica a valle la maggiore pena per il reo.

Sul punto le Sezioni Unite affermano di dover far proprio quanto statuito dalle stesse S.Un. nella decisione n. 40354 del 18/07/2013, “in riferimento alla circostanza aggravante dell’uso del mezzo fraudolento, di cui all’art. 625, primo comma, n. 2, cod. pen., che presenta significative assonanze con la destrezza, implicando anch’essa un grado più intenso di capacità appropriativa, rivelata dalle specifiche modalità dell’azione di aggressione dell’altrui patrimonio. In quella autorevole sede si è condotta la disamina della norma incriminatrice in base al principio di offensività, nel quale si riassume l’esigenza dell’ordinamento che il comportamento umano che infrange il precetto penale realizzi un evento naturalistico, ma anche una lesione al bene della vita tutelato dal comando violato”.

La Corte, inoltre, aggiunge che il principio descritto deve esser letto nell’accezione derivante dai correttivi apportati dalla giurisprudenza della Consulta (Corte cost., sent. n. 249 del 2010, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 61, primo comma, n. 11-bis, cod. pen., e sent. n. 251 del 2012, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 69, quarto comma, cod. pen., nella parte in cui vieta la prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990, sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen.), per cui l’offensività è determinata anche in relazione alla circostanze che si aggiungono alla fattispecie del reato tipico accrescendone il disvalore e la sanzione da irrorare.

All’esito di tale ragionamento la Cassazione afferma che “Riferendo i medesimi criteri al furto con destrezza, qualificato da una condotta spoliativa attuata con particolare ingegno, astuzia e scaltrezza e dà una risposta punitiva gravosa, che sanziona più seriamente le condizioni di minorata difesa delle cose di fronte all’abilità dell’agente, deve concludersi che, per ravvisare l’aggravante, è necessario che l’agire non si limiti alla mera sottrazione del bene, pur facilitata dall’altrui disattenzione o dalla momentanea assenza, ma riveli connotati di capacità ed efficienza offensiva che incrementino le possibilità di portar-lo a compimento ed offendano più seriamente il patrimonio”.

In conclusione la Corte adotta una interpretazione restrittiva dell’aggravante della destrezza, non estesa alla spoliazione per mera distrazione altrui, non indotta intenzionalmente dal reo, anche perché la soluzione opposta significherebbe dar valore ad un dato soggettivo in spregio all’art. 25 comma 2 Cost.