Furto in abitazione e furto aggravato dall’esposizione a pubblica fede.

La sussunzione di una condotta nella fattispecie astratta del furto non risulta sempre agevole. Il legislatore, infatti, ha diversificato il paradigma generale del reato di cui all’art. 624 c.p. a seconda delle modalità dell’azione. E’ proprio nel districarsi tra le differenti configurazioni del reato di furto che la Corte di Cassazione con la sentenza n. 21865/2017 (qui scaricabile in forma esplicata nei passaggi fondamentali: Corte di Cassazione 21865 del 2017) si pronuncia sulla nozione di privata dimora ai sensi dell’art. 624 bis c.p.

Nel caso di specie il p.m., a fronte della sottrazione di prodotti cosmetici da un espositore collocato dietro il banco vendita di una farmacia,  ha prospettato la nuova qualificazione della condotta dell’imputata come furto in abitazione ex art. 624 bis c.p. a fronte della precedente rubricazione della condotta quale furto aggravato dall’esposizione pubblica fede ex art. 625 n. 7 c.p.

La sentenza in epigrafe, nel dirimere la suddetta questione, si sofferma innanzitutto sull’introduzione del furto in abitazione tra le fattispecie autonome di reato. Il legislatore con la legge 128 del 2001, recependo gli indirizzi giurisprudenziali maggioritari, ha elevato il furto in abitazione a fattispecie autonoma di reato, sottraendolo dal bilanciamento tra gli elementi accessori della condotta criminosa.

Invero, già durante la vigenza della precedente normativa la nozione di abitazione non era interpretata in senso restrittivo. La giurisprudenza qualificava come tale ogni luogo “finalizzato a soddisfare esigenze della vita domestica e familiare”.

A fortiori il nuovo art. 624 bis c.p., secondo tale lettura, non legittimerebbe una interpretazione restrittiva del concetto di privata dimora, atteso che tale nozione è più ampia rispetto a quella di ‘abitazione’ di cui al precedente art. 625 n. 1 c.p.

In particolare, la sentenza in epigrafe qualifica come privata dimora qualsiasi luogo “non pubblico nel quale le persone si trattengono per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della loro vita privata ovvero attività di carattere culturale, professionale e politico”. Al riguardo non si richiede che il luogo sia dotato di particolari accorgimenti per escluderne il libero accesso al pubblico; “deve cioè trattarsi di luoghi deputati allo svolgimento di attività che richiedano una qualche apprezzabile permanenza, ancorché transitoria e contingente, della persona offesa, per taluna delle finalità predette”. E’ sufficiente che si tratti di area distinta e separata, destinata, per utilizzazione o sistemazione, a scopo abitativo o privata occupazione. La ratio della nuova normativa è quella di tutelare la sicurezza fisica della vittima all’interno di luoghi dove soggiorni, indipendentemente dal tempo di permanenza, per lo svolgimento di un’attività privata.

Ne deriva che, nel caso di specie, la farmacia non può essere ricondotta nell’alveo della privata dimora; tale qualificazione spetta solo alle aree non destinate al pubblico.

Per quanto attiene, invece, alla configurabilità dell’aggravante dell’esposizione a pubblica fede ex art. 625 n. 7 c.p., il Supremo Consesso puntualizza che sussiste tale circostanza solo laddove il bene non sia sottoposto al controllo diretto o indiretto del proprietario o di altro addetto alla vigilanza. Pertanto l’eventuale collocazione della merce in un espositore chiuso, posto dietro al banco vendita, escluderebbe anche la sussumibilità della condotta dell’imputata nella fattispecie aggravata ex art. 625 n. 7 c.p.