Falso valutativo: la questione rimessa alle Sezioni Unite

Con l’ ordinanza 4 marzo 2016 n. 9186 la V Sezione della Corte di Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione relativa all’esegesi della norma dettata dall’art. 2621 c.c. così come recentemente novella per effetto dell’art. 9 della legge n. 69/2015.

A tal proposito, il quesito posto alle Sezioni Unite è il seguente: «Se la modifica dell’art. 2621 c.c. per effetto dell’art. 9 della l. n. 69/2015, nella parte in cui, disciplinando le “false comunicazioni sociali”, non ha riportato l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, abbia comportato o meno un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie».

In particolare l’espunzione dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” dalla fattispecie delle false comunicazioni sociali è stata diversamente interpretata dalla giurisprudenza di legittimità successiva alla riforma.

Inizialmente con la sentenza n.33774/2015 (Crespi), la Cassazione ha ritenuto che a seguito delle modifiche apportate all’art. 2621 c.c. dall’art. 9 della legge n.69/2015 il falso valutativo fosse da considerarsi abrogato.

Successivamente con la sentenza n. 890/2016 (oggetto di commento su questo sito il falso valutativo alla luce della riforma del 2015 – Cass 890/2016), la stessa Corte ha operato un cambio deciso di rotta, affermando che la punibilità delle false comunicazioni sociali fosse rimasta del tutto impregiudicata anche a seguito della riforma. E ciò sulla base del fatto che le parole “ancorché oggetto di valutazioni” nulla aggiungessero al concetto di “fatto materiale” e che pertanto la loro soppressione non avesse comportato alcuna abrogatio legis.

Infine, con la sentenza n. 6916/2016 (oggetto di commento su questo sito falso in bilancio: abrogato il falso valutativo – Cass 6916/2016) il Supremo Consesso ha nuovamente affrontato il tema, ritornando al passato e riprendendo l’orientamento per così dire “iniziale” relativo alla cd. sentenza Crespi, sostenendo che il testo della norma esprima il chiaro intento del legislatore di escludere la rilevanza penale del falso valutativo.

Ebbene il suddetto contrasto interpretativo ha reso necessario un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, al fine di chiarire quale debba essere l’interpretazione corretta da dare alla modifica legislativa che ha interessato gli artt. 2621 e 2622 c.c. relativi alle false comunicazioni sociali.

L’ordinanza in esame ripercorre gli orientamenti della giurisprudenza immediatamente successivi alla riforma del 2015, dando atto del contrasto esistente tra gli interpreti circa la punibilità o meno del cd. falso valutativo.

Secondo il primo orientamento in tema di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario, la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 c.c. introdotta dalla legge n.69/2015 ha determinato una successione di leggi con effetto abrogativo, peraltro limitato alle condotte di errata valutazione di una realtà effettivamente sussistente.

Tale impostazione (sostenuta nelle sentenze n. 33774/2015 e n.6916/2016) si fonda essenzialmente su due argomenti:

– uno di ordine testuale, secondo il quale il mancato richiamo alle valutazioni nell’ultima versione della norma consente di ritenere ridotto l’ambito applicativo delle nuove comunicazioni sociali, escludendo i “falsi valutativi”;

– un altro di ordine sistematico, derivante dall’analisi comparata del nuovo testo dell’art. 2621 con quello dell’art. 2638 (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza) in cui, pur trattandosi di condotte sostanzialmente coincidenti, è stato lasciato inalterato il riferimento alle valutazioni. Ciò dimostrerebbe una chiara intentio legis di sottrarre all’incriminazione i fatti valutativi solo nell’ambito delle false comunicazioni sociali.

A giudizio dell’opposto orientamento (Cassazione n.890/2016), invece, la novella legislativa non avrebbe comportato alcun effetto abrogativo, lasciando inalterata la punibilità delle condotte rispondenti al cd. falso valutativo. A ciò si può giungere, anche in questo caso, attraverso un’interpretazione logico-sistematica della norma esaminata.

In particolare la Corte sposa questa soluzione grazie all’esame del significato dell’espressione “fatti materiali rilevanti”, osservando che i termini suddetti sono di natura squisitamente tecnica, frutto di una trasposizione letterale di formule lessicali in uso nelle scienze economiche anglo-americane e nella legislazione comunitaria: “materialità” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio costituirebbero facce della stessa medaglia, postulando un’indicazione di corretta informazione.

Pertanto nella nozione di rappresentazione di fatti materiali e rilevanti non possono non ricomprendersi anche le valutazioni, che quando sono espresse in bilancio devono uniformarsi a criteri predeterminati dalla disciplina civilistica (art. 2426 c.c.), da quella comunitaria o da prassi contabili generalmente accettate. Con la conseguenza che il mancato rispetto di tali parametri comporta la falsità della rappresentazione valutativa, ancora oggi punibile ai sensi dell’art. 2621 nonostante la soppressione “dell’inutile inciso ancorchè oggetto di valutazione”.

Dal punto di vista sistematico, poi, non sarebbe valida l’analisi comparata effettuata dall’opposto orientamento tra l’art. 2621 e l’art. 2638 c.c. dato che le due fattispecie messe a confronto hanno natura ed obiettività giuridiche diverse e perseguono finalità radicalmente differenti.

D’altronde non sostenendo la sostanziale diversità tra le fattispecie, che tra l’altro tutelano beni giuridici differenti, si potrebbe incorrere nel paradossale risultato che la redazione di un bilancio recante falsi valutativi sarebbe penalmente irrilevante se diretto ai soci ed al pubblico e penalmente rilevante se rivolto alle autorità pubbliche di vigilanza.

Infine non vanno trascurate altre due argomentazioni della Corte di Cassazione a supporto di tale orientamento:

– una di tipo teleologico fa leva sull’inserimento delle nuove false comunicazioni sociali nel testo normativo anticorruzione, il che depone nel senso di rendere irragionevole l’abrogazione dei falsi valutativi, perché altrimenti verrebbe frustrata la finalità complessiva della legge;

– un’altra impone di non sottovalutare il fatto che la dottrina, dopo un’iniziale favore mostrato per la tesi confluita nella sentenza Crespi, si sia poi attestata in maggioranza sulla tesi illustrata dall’opposto orientamento.

Una volta esaminato in maniera piuttosto esaustiva e puntuale il contrasto ermeneutico sorto a proposito del nuovo testo delle false comunicazioni sociali – e stante la rilevanza della questione – il Collegio non può far altro che rimetterne la risoluzione in capo alle Sezioni Unite ai fini dell’espressione del principio di diritto cui uniformare la successiva interpretazione delle fattispecie in esame.

 

Scarica qui il testo dell’ordinanza in forma semplificata ed esplicato nei passaggi fondamentali ordinanza 4 marzo 2016 n. 9186