falso valutativo

Falso in bilancio: abrogato il falso valutativo

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 6916 del 22 febbraio 2016 riafferma l’irrilevanza penale delle valutazioni (errate) ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo dei “nuovi” reati di false comunicazioni sociali nella configurazione seguita alla novella del 2015.

Ebbene, lo fa con la seguente massima:  in tema di bancarotta fraudolenta impropria “da reato societario”, di cui all’art. 223, secondo comma, n. 1, R.D. 16 marzo 1942 n. 267, la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 c.c. ha determinato una successione di leggi con effetto abrogativo limitato alle condotte di errata valutazione di una realtà effettivamente sussistente con esclusione dall’effetto parzialmente abrogativo dell’esposizione di crediti inesistenti perché originati da contratti fittizi, dell’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, nonché dell’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa per operazioni inesistenti.

Tale effetto si è avuto a seguito della L. 27 maggio 2015, n. 69 che ha eliminato l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” ed inserito il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai “fatti materiali non rispondenti al vero”.

La Corte di Cassazione, nella sentenza in esame si è trovata a decidere sul seguente caso concreto:

il Tribunale del Riesame di Vicenza aveva respinto il ricorso presentato dalla Banca Popolare dell’Alto Adige, confermando il provvedimento di sequestro preventivo adottato dal Gip di Vicenza in data 24.7.2015 in relazione al reato di false comunicazioni sociali. Avverso l’ordinanza suddetta ricorreva la banca, denunciando, in particolare, violazione ed erronea applicazione degli artt. 2621 c.c., 2 cp e 3 D.lgs. n. 231/01 con conseguente violazione dell’art. 321 per assenza di astratta configurabilità di un reato punibile nel caso di specie. In particolare deduceva che, in seguito alla novella legislativa disposta con la l. 69/2015, si sono introdotte rilevanti modifiche all’art. 2621 c.c., che ha previsto il requisito della rilevanza dei fatti materiali e l’omessa considerazioni delle valutazioni.

La banca ricorrente rileva, quindi, che secondo l’interpretazione prevalente invalsa sia in dottrina che nella recentissima giurisprudenza di questa Corte, i “fatti materiali” contemplati nella nuova norma, devono essere interpretati in senso necessariamente restrittivo, escludendo pertanto che nel predetto paradigma possano rientrare anche le valutazioni.

A questo punto la Suprema Corte chiarisce gli effetti della legge n. 69/2015 sugli art. 2621 e 2622 c.c. e della continuità della rilevanza penale delle condotte previste in tali norme.

Com’è noto, la predetta riforma, tra le altre cose, ha espunto dai testi delle norme la locuzione “ancorché oggetto di valutazioni”, così suscitando notevole incertezza riguardo alla rilevanza penale del c.d. falso valutativo.

Tale incertezza la si ritrova anche nelle pronunce della Cassazione che si sono occupate della questione:

– inizialmente con la sentenza n.33774/2015 la Corte di Cassazione aveva ritenuto che l’intervento espuntivo fosse da leggere come abrogazione del “fatto materiale” relativo alle false valutazioni;

– successivamente con la sentenza n. 890/2016 (già oggetto di commento su questo sito Il falso valutativo in bilancio alla luce del novato art. 2126 c.c.: Cassazione Penale 890 del 2016), la stessa Corte ha operato un cambio deciso di rotta, argomentando che le parole “ancorché oggetto di valutazioni” nulla aggiungessero al concetto di “fatto materiale” e che pertanto la loro soppressione non ha avuto alcun effetto abrogativo.

Con la pronuncia in commento il Supremo Consesso ha nuovamente affrontato il tema, ritornando al passato e riprendendo l’orientamento per così dire “iniziale” relativo alla cd. sentenza Crespi, del quale ha mostrato di condividere pienamente le argomentazioni.

Per tale ragione, a giudizio dalla Cassazione, le comunicazioni sociali che siano fondate su valutazioni estimative sono penalmente irrilevanti, poichè “la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 cod. civ. (..) ha determinato (..) una successione di leggi con effetto abrogativo (..) limitato alle condotte di errata valutazione di una realtà effettivamente sussistente (..)”.

A sostegno di questa affermazione, la Corte offre una serie di argomentazioni.

La prima, di ordine sistematico, si fonda sulla comparazione tra le condotte di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c. con quella di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza (art. 2638 c.c.), la quale conserva la locuzione “ancorchè oggetto di valutazioni” all’interno del proprio testo. Pertanto “la circostanza secondo cui la stessa espressione sia stata cancellata dal testo degli artt. 2621 e 2622 c.c. e invece mantenuta in quello dell’art. 2638 c.c. è chiaramente dimostrativa di un intento legislativo mirato ad escludere effetti sostanziali dell’espressione (..) con specifico ed esclusivo riguardo al reato di false comunicazioni sociali e dunque a sottrarre a tale incriminazione i fatti valutativi”.

La seconda argomentazione fa riferimento al significato del termine “materiale” riferito al fatto oggetto delle comunicazioni sociali. Sul punto, nella sentenza si legge che “al predicato della materialità dei fatti occorre conferire valenza opposta all’inclusione delle valutazioni fra i fatti stessi”, e ciò in quanto “(il) termine ‘materiale’ (..) non è leggibile solo come contrario a quello di ‘immateriale’, ma contiene anche un’accezione riconducibile all’oggettività dei fatti, in quanto tale estranea ai risultati valutativi”.

Pur essendo opposte le nozioni di “fatto materiale” e di “valutazioni”, il dettato normativo precedente (che le includeva entrambe) non era contraddittorio, giacché voleva intendere che “il falso punibile potesse ricadere anche su dati contabili costituenti il risultato di valutazioni, purché le stesse fossero state svolte partendo da fatti materiali, riferiti a realtà economiche oggettivamente determinate”.

Pertanto il riferimento normativo alle valutazioni aveva autonoma portata incriminatrice, ragion per cui “la soppressione di quel riferimento normativo ha effettivamente ridotto l’estensione incriminatrice della norma alle appostazioni contabili che attingono fatti economici materiali, escludendone quelle prodotte da valutazioni, pur se moventi da dati oggettivi”.

In pratica, la locuzione “ancorché oggetto di valutazioni” non era superflua, e dunque la sua espunzione ha realmente effetto abrogativo riducendo la portata applicativa della norma.

Infine, per la Corte occorre concordare con la definizione riportata nella sentenza cd. Crespi in ordine al falso valutativo come associazione di un dato numerico ad una realtà economica esistente.

Il tutto distinguendo le situazioni nelle quali l’associazione di un valore numerico ad una determinata realtà può essere considerata come il risultato di una valutazione, da quelle in cui attraverso un’operazione di questo genere si fornisce di fatto una rappresentazione difforme dal vero della stessa realtà materiale.

A tal proposito può essere determinante il riferimento all’oggettività giuridica del reato, ed alla preminenza assunta, nell’ambito dello stesso, dall’affidamento dei terzi sulla corretta informazione circa le condizioni economiche della società. Pertanto ogni volta che “il valore numerico sia esposto con modalità che ne escludano la percepibilità come esito di una valutazione, e siano pertanto idonee ad indurre in errore i terzi sulla stessa consistenza fisica del dato materiale, potrà ritenersi che il falso cada in realtà su quest’ultimo, venendo pertanto ad essere integrata, anche nella nuova formulazione, la fattispecie incriminatrice”.

Chiarita l’ampia portata del concetto di “fatto materiale”, la Corte fa nuovamente riferimento (come fatto anche nella sentenza del 2015 Crespi) alle comunicazioni sociali che non rientrano nell’alveo dei falsi valutativi e che sono pertanto sottratte all’effetto abrogativo.

Tra di esse è possibile citare i ricavi falsamente incrementati, l’esposizione di crediti inesistenti perché originati da contratti fittizi, l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa per operazioni inesistenti, i costi non appostati, l’iscrizione di crediti non più esigibili.

Scarica qui il testo della sentenza esplicata nei passaggi fondamentali sentenza n. 6916 del 22 febbraio 2016