Elemento soggettivo, dolo diretto o eventuale nel reato di usura. Corte di Cassazione n. 49318/2016.

Il reato di usura, ex art. 644 c.p. è punibile solo in virtù della sussistenza di un elemento soggettivo qualificabile come dolo cd. diretto e non come dolo eventuale.

Con tale postulato la Corte di Cassazione con sentenza numero 49318/16 (qui scaricabile ed esplicata nei suoi passaggi fondamentali corte-di-cassazione-49318-2016) valorizza, nel reato di usura, la cosciente volontà di conseguire dei vantaggi usurari come elemento necessario per punire il reo.

Immediata conseguenza di ciò è la riduzione del campo applicativo del reato ex art. 644 c.p, laddove ricorra il dolo eventuale (o indiretto) che postula, secondo la Corte, una pluralità di eventi conseguenti all’azione dell’agente, da quest’ultimo prospettati e desiderati anche se alternativamente o in via sussidiaria nell’attuazione del suo proposito criminoso.

Infatti, nella ipotesi di reato di usura, sempre secondo il ragionamento seguito dalla Cassazione, si registra la presenza di un solo evento che consiste nell’ottenere la corresponsione o la promessa di interessi o vantaggi usurari, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile e che elimina la possibile incriminazione per dolo eventuale, interpretato nel senso di una pluralità di eventi.

Preliminarmente all’indagine sul casus è d’uopo soffermarsi, seppur brevemente, su alcuni elementi caratteristici del reato ex art. 644 c.p.

L’usura, in particolare, costituisce un classico esempio di reato in contratto per la cui configurazione non ha importanza chi prenda l’iniziativa (vittima o usurario), ma che sia fondato su di un contratto di tipo sinallagmatico (ovvero a prestazioni corrispettive).

Circa, invece, l’interesse protetto si registra una sorta di contrasto di opinioni dato che alcuni lo individuano nella tutela patrimoniale della parte offesa, altri nella autonomia contrattuale, altri ancora come strumento atto a permettere il corretto funzionamento del mercato.

Al di là della scelta dell’interesse protetto, è rilevante considerare che il testo normativo raccoglie, in una sola norma, una serie di fattispecie delittuose.

Si è solito riconoscere la esistenza: di una usura presunta (co 1) che grazie alla locuzione “altra utilità” si distingue fra usura pecuniaria e reale (in entrambe è sempre la legge a determinare la soglia oltre la quale gli interessi pattuiti sono sempre usurari); di una mediazione usuraria (co 2) in cui si tenta di colpire l’attività di intermediario saldata alla richiesta di interessi usurari o di richieste sproporzionate dato lo stato di difficoltà (non di bisogno) della vittima; di una usura concreta (co 3) in cui emerge una sproporzione fra gli interessi, vantaggi o i compensi rispetto alla prestazione in denaro o di altra utilità e che dimostra la possibilità che il reato sia legato ad una condizione obiettiva di difficoltà economica o finanziaria che si aggancia alla mera imposizione di un tasso illecito ( tale ultima ipotesi è sorta per neutralizzare la prassi di stipulare contratti cd. sotto soglia).

Le ipotesi descritte sono collegate a una norma penale in bianco (co 3) che postula il superamento di una certa soglia di interessi, fissati per legge, per far scattare tale reato, ma adattata dal legislatore anche ai casi concreti in cui le parti del contratto illecito effettuano una stipulazione elusiva della soglia, ma con l’emersione di elementi sintomatici della usura ex co 2 e co 3.

Tuttavia non bisogna tralasciare l’aspetto relativo al tipo di elemento soggettivo necessario per fondare la incriminazione per le condotte descritte.

Generalmente si suole riconoscere l’elemento psicologico del reato ex art. 644 c.p. nel cd. dolo generale. Classificazione di norma utilizzata in dottrina per distinguere alcune fattispecie da quelle fondate sul c.d. dolo specifico.

Conseguenza di tale inquadramento è il riconoscimento potenziale della possibilità che il reato descritto venga realizzato in presenza di ogni forma di dolo, compreso quello cd. eventuale.

Si tratta, per semplificare, di una delle forme di dolo create nel nostro sistema che ricorre laddove il soggetto prevede che, dalla propria condotta, potrebbe scaturire un determinato effetto e ciononostante agisce accettandone il rischio. Tale definizione rende tale categoria differente sia dalle ipotesi di dolo intenzionale (in cui l’evento è l’obiettivo da realizzare), sia da quelle di dolo diretto (in cui l’agente si rappresenta come certi gli elementi della fattispecie ed è conscio che la sua condotta la realizzerà). Attualmente, inoltre, tale ipotesi è distinta nettamente dalla giurisprudenza da quella della colpa con previsione ex art. 61 co.1 n. 3, poiché appartenenti a due categoria differenti e non sovrapponibili.

Applicando tali postulati, si palesa il dubbio circa la estensione di una imputazione per usura nella ipotesi di una condotta fondata sulla sussistenza di un dolo eventuale del presunto usuraio.

Proprio in tale solco si inserisce la decisione della Corte di Cassazione menzionata.

La vicenda indagata origina da una decisione del G.u.p. del Tribunale di Pistoia che dichiarava il non luogo a procedere nei confronti di un direttore pro tempore dell’agenzia di una banca, imputato del delitto di usura. II Tribunale era pervenuto al proscioglimento dell’imputato osservando che lo stesso, nella sua qualità, aveva conferito ad un sistema esterno gestito da una società per azioni il compito di rilevare l’eventuale superamento dei tassi soglia, al fine di ridurre in modo automatico su base trimestrale gli importi dovuti. Quindi specificava che «atteso tale incarico, sul quale l’imputato faceva evidentemente un certo affidamento, non si vede come in futuro dibattimento potrebbe essere provato l’elemento soggettivo del delitto contestato».

Avverso tale decisione ricorre la parte civile reputando errata la decisione in quanto il tribunale non aveva considerato correttamente l’elemento soggettivo sussistente quantomeno nella forma di dolo eventuale.

Tuttavia la censura mossa dal ricorrente è totalmente disattesa dalla Corte di Cassazione che conferma il proscioglimento dell’imputato.

La Corte giunge a tale risultato, dopo aver precisato un aspetto fondamentale circa “la sentenza di non luogo a procedere è una sentenza di merito su di un aspetto processuale, in cui il giudice dell’udienza preliminare è chiamato a valutare non la fondatezza dell’accusa, bensì la capacità degli elementi posti a sostegno della richiesta di cui all’art. 416 cod. proc. pen., eventualmente integrati ai sensi degli artt. 421 bis e 422 cod. proc. pen., di dimostrare la sussistenza di una ‘minima probabilità’ che, all’esito del dibattimento, possa essere affermata la colpevolezza dell’imputato (Sez. 6, n. 17385 del 24/02/2016)”.

Ciò posto, infatti, la Corte sancisce un principio per cui l’elemento soggettivo del reato di usura è da saldare a delle ipotesi in cui emerga la sussistenza di un dolo almeno diretto, non eventuale.

Per la Corte il motivo della riduzione del campo operativo del reato ex art. 644 c.p. deriva da un orientamento giurisprudenziale anteriore alla riforma del 1996 legge 108, reputato ancora valido seppur adattato alle innovazioni legislative contenute nella norma.

Si tratta di una visione per cui il reato scatta solo in presenza della “cosciente volontà di conseguire i vantaggi usurari” (ovvero di dolo diretto). Situazione reputata, pertanto, incompatibile con una ipotesi di dolo eventuale in cui si registra “una pluralità di eventi (conseguenti all’azione dell’agente e da questi voluti in via alternativa o sussidiaria nell’attuazione del suo proposito criminoso) che non si verifica nel reato di usura in cui vi è l’attingimento dell’unico evento di ottenere la corresponsione o la promessa di interessi o vantaggi usurari, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile”.

Per la Corte, di conseguenza, assume rilevanza la struttura della fattispecie saldata ad un evento unico incompatibile con la condotta legata alla esistenza del dolo eventuale in quanto quest’ultima postula una pluralità di eventi. Realtà non previsti nella condotta dell’usuraio, alla luce della interpretazione resa della fattispecie ex art. 644 c.p.

Ragionamento, per certi versi, particolarmente rilevante in quanto introduce un elemento di distinzione fra le forme di dolo legate all’evento descritto dalla fattispecie e alla sua tipicità.

Pur apprezzando ciò, tuttavia, è palese che la soluzione adottata si fonda su di una netta presa di posizione della Cassazione che si salda al caso concreto e ad una lettura della norma incriminatrice forse estrema e non del tutto coerente con gli sviluppi concreti che posso presentarsi anche in relazione al reato ex art. 644 c.p.

In sostanza emerge una criterio generale circa l’elemento soggettivo del reato che permette delle applicazioni pratiche, ma produce al contempo la necessità di una certezza sulla unicità dell’evento e della condotta che taluno potrebbero reputare opinabile e lasciata alla mera discrezionalità del guidice.