E’ sempre nullo il contratto derivante da reato? Cassazione n. 7785/2016

Con la sentenza n. 7785 del 20 aprile 2016, la Corte di Cassazione si sofferma sulla dibattuta questione della nullità virtuale del contratto per violazione di norme imperative di ordine pubblico con particolare riferimento all’ipotesi in cui la condotta contrattuale rientri anche in una fattispecie penalmente rilevante.
Nel caso di specie, i giudici di legittimità confermano la declaratoria di nullità di un contratto di compravendita immobiliare stipulato sulla base di una procura a vendere rilasciata da soggetto incapace a seguito di una condotta integrante la complessa fattispecie penale della circonvenzione di incapace.
In particolare, ripercorrendo la vicenda in punto di fatto, il tribunale di merito aveva dichiarato la nullità della compravendita immobiliare con cui un soggetto (a seguito di procura a vendere rilasciatagli) aveva alienato la nuda proprietà di quattro immobili ad una società e per l’effetto aveva disposto la restituzione degli immobili.
Risultando sostanzialmente confermata anche in Appello la decisione del tribunale di primo grado, i convenuti propongono ricorso per Cassazione, a seguito del quale la Corte ha emesso la pronuncia in esame.

Nel risolvere la questione posta alla sua attenzione la Suprema Corte analizza, innanzitutto, l’evoluzione giurisprudenziale circa la soluzione dei problemi di nullità virtuale posti dalla violazione di norme penali.
In primo luogo i giudici evidenziano come le decisioni sulla nullità virtuale in tema di violazione di norme penali apparentemente si avvalgano sia di un criterio cd sostanziale, attinente alla verifica del contrasto tra contratto e norma imperativa di ordine pubblico, sia di un criterio formale che, privilegiando l’autonomia dell’indagine sul piano civilistico, si rivolge alla verifica della rilevanza civilistica del “vizio” introdotto nel contratto dalla condotta di reato (cosicché, se si tratta di un vizio del consenso, come nel caso della circonvenzione, dovrebbe concludersi per la annullabilità, e non per la nullità del contratto).
Generalmente la giurisprudenza segue sempre il criterio sostanziale in modo da valorizzare il rilievo della condotta contrattuale tenuta dal reo da un lato e dalla vittima del reato dall’altro.
Emblematici al riguardo sono i casi della truffa e della circonvenzione di incapace.

In entrambe le fattispecie di reato – a cooperazione artificiosa della vittima – è presente l’abuso della libertà contrattuale di un contraente ai danni dell’altro, in virtù del quale quest’ultimo conclude un contratto dannoso per sé o per un terzo.

Tuttavia le conseguenze che si riverberano sul contratto originato dal reato sono – per la giurisprudenza prevalente – differenti:
– per il contratto stipulato in seguito ad una truffa subita da uno dei contraenti, la giurisprudenza maggioritaria ha configurato l’annullabilità dello stesso, parificando il dolo di truffa (artifici e raggiri nei confronti della vittima) con il dolo che vizia il consenso negoziale;
– per il contratto stipulato dall’incapace a seguito della sua circonvenzione, invece, l’opinione maggioritaria della giurisprudenza è verso la nullità dello stesso, attesa la differenza tra l’incapacità ex art. 643 cp e 428 cc ed essendo rilevante l’imperatività della norma penale violata.
Queste conclusioni sono spesso criticate in dottrina perché ritenute contraddittorie, giacché mentre nel primo caso le decisioni si orientano ricercando le regole civilistiche autonomamente applicabili al contratto, invece nel secondo caso sembra che per i giudici l’incapacità rilevi non come causa di annullabilità (secondo quanto imporrebbero le regole civilistiche) ma come causa di nullità.
Tuttavia, applicando il criterio della verifica della natura di ordine pubblico della norma imperativa violata, si giunge in tutti e due i casi (truffa e circonvenzione) alla conclusione fatta propria dalla giurisprudenza maggioritaria.
In particolare giova precisare che nella truffa spicca l’elemento del dolo, inteso non come volontà delittuosa ma, specificamente, come comportamento ingannatore, artificioso e raggirante: la stessa condotta che nel diritto dei contratti cagiona nell’altra parte l’errore.
Nella circonvenzione di persone incapaci, invece, spicca l’elemento costitutivo dell’incapacità (naturale o legale) del soggetto passivo, perciò vittima dell’altrui condotta delittuosa di approfittamento.
Inoltre il bene giuridico protetto nel delitto di truffa è, secondo l’opinione comune, il patrimonio. La tutela si rivolge a un interesse di portata non pubblicistica ma schiettamente privatistica.
Pertanto alla stregua della lettura giurisprudenziale dell’art. 1418 comma1, c.c., il contratto derivato dal delitto non offendendo l’interesse pubblico viola una norma imperativa non suscettibile di determinare nullità, ma annullabilità per la presenza di un vizio del volere (errore determinato dal dolo altrui).
Nel delitto di circonvenzione, al contrario, la legge penale tutela – secondo l’opinione della moderna giurisprudenza – la libertà di autodeterminazione dell’incapace in ordine agli interessi patrimoniali: l’interesse alla libertà negoziale dei soggetti deboli e svantaggiati.
Tale tutela, quindi, si fonda su ragioni di ordine pubblico e pertanto, alla stregua della lettura giurisprudenziale dell’art. 1418 comma1 c.c., il contratto derivato dal delitto, offendendo un interesse di ordine pubblico, viola una norma imperativa e conduce alla sua nullità.
La peculiarità della fattispecie penale non è nello stato di incapacità (o deficienza) in cui versa la vittima, ma è nella induzione e nell’abuso che si materializzano nell’approfittamento che il reo consuma ai danni della vittima incapace; questo approfittamento si traduce in una forma particolarmente grave di abuso contrattuale, lesiva dell’altrui libertà negoziale quale valore fondamentale riconosciuto dall’ordinamento.

 

Infatti, dice la Corte, “nel contratto concluso tra circonveniente e circonvenuto l’illiceità si manifesta nella forma dell’abuso nel contratto: non come risultato concordemente perseguito dalle parti ma come prevaricazione della parte forte ai danni della parte debole. Non ponendosi alcun problema di affidamento dell’altro contraente ed evidenziandosi l’esigenza di reprimerne l’abuso, anche le forme più lievi di incapacità assumono importanza; si prescinde inoltre dalla gravità del pregiudizio arrecato alla parte debole: è sufficiente che essa subisca (genericamente) un danno, secondo alcuni non necessariamente di carattere patrimoniale”.
Pertanto può concludersi affermando che il contratto posto in essere sulla base di una condotta integrante la fattispecie penalmente rilevante della circonvenzione di incapace è nullo per violazione di una norma imperativa di ordine pubblico.
Nel delitto di circonvenzione, infatti, la legge penale tutela un interesse di ordine pubblico ossia la libertà di autodeterminazione dell’incapace in relazione agli interessi patrimoniali, vale a dire l’interesse alla libertà negoziale dei soggetti deboli e svantaggiati.

scarica qui il file della sentenza esplicata nei suoi passaggi fondamentali sentenza n. 7785 del 20 aprile 2016