È ipotizzabile la “truffa sentimentale”?

Il Tribunale di Milano (14 luglio 2015) viene chiamato in causa per sciogliere i dubbi circa la configurabilità della cd “truffa sentimentale”

I fatti in causa sono presto chiariti: a fronte delle promesse di una felice vita di relazione, una donna presta una ingente somma di denaro al proprio compagno. Questi, ottenuti i soldi, si rifiuta sia di proseguire la relazione “amorosa” con la compagna che di restituire quanto dovuto.

Il soggetto in questione viene accusato dei reati di truffa (art.640 cp) o, in alternativa, di appropriazione indebita (art 646 cp): il Tribunale adito rigetta però le accuse ritenendo, per i motivi che ci apprestiamo ad esaminare, la vicenda penalmente irrilevante.

Quanto al reato di truffa, il Tribunale osserva che quest’ultimo è un delitto contro il patrimonio commesso mediante la cooperazione della vittima, carpita con la frode, la cui condotta tipica consta di quattro eventi tra loro collegati e cronologicamente successivi:

  1. il soggetto deve porre in essere un comportamento fraudolento che comprenda artifici o raggiri (condotta tipica a forma vincolata);
  2. a causa di tali atti fraudolenti, il soggetto passivo della condotta dev’essere indotto in errore (primo evento);
  3. a causa di tale errore, il soggetto ingannato deve compiere un atto di disposizione patrimoniale (secondo evento, implicito);
  4. da tale atto debbono derivare un danno ingiusto ad altri (terzo evento) e un profitto ingiusto del soggetto agente (quarto evento).

Perché possa dirsi integrato il reato, occorrerebbe dunque provare che l’uomo, con una condotta fraudolenta, abbia indotto in errore la donna sulle proprie intenzioni familiari e lavorative future, così da convincerla a corrispondergli quelle somme, con l’iniziale e perdurante intento sia di ingannarla circa i propri sentimenti sia di non restituire il denaro ricevuto

In termini piu generali il Tribunale si interroga sull’esistenza della “truffa sentimentale”, locuzione con cui nella sentenza si allude ai casi in cui “una persona inganni il proprio “compagno” (o la propria “compagna”) circa i propri sentimenti, al solo scopo di ottenere un vantaggio patrimoniale con altrui danno”.

I giudici di Milano rispondono all’interrogativo in senso affermativo: è infatti ipotizzabile il caso di un soggetto che, attraverso un’artificiosa messa in scena, faccia credere ad una persona che esistano determinati sentimenti di affetto o di amore reciproci all’unico e preciso scopo di ottenere da quest’ultima un atto di disposizione patrimoniale. E a titolo di esempio citano il caso di “un soggetto che contatti una persona su un social-network e intraprenda con questa una corrispondenza offrendo dati falsi circa le proprie qualità, i propri interessi, e la propria professione e riuscendo, in tal modo, a far invaghire la persona, a farle credere che i sentimenti affettivi siano reciproci e infine a farle effettuare una prestazione patrimoniale a proprio favore”.

Se in astratto è dunque possibile immaginare una fattispecie di cd truffa sentimentale, i giudici del Tribunale di Milano (anche per evitare possibile estensioni a dismisura della fattispecie) precisano i confini della stessa e ne evidenziano la tendenziale impossibilità di provarla nel concreto.

Infatti, la corte evidenza tre aspetti fondamentali che il giudice deve vagliare:

  • “Un primo aspetto da vagliare con stretto scrutinio è la concreta portata fraudolenta della condotta: non c’è truffa allorché l’inganno non sia stato tessuto in modo artificioso attraverso un’alterazione della realtà esterna, simulatrice dell’inesistente o dissimulatrice dell’esistente (artificio) o con una menzogna corredata da ragionamenti idonei a farla scambiare per realtà (raggiro). Il semplice mentire sui propri sentimenti (la nuda menzogna) non integra una condotta tipica di truffa.”
  • “Il secondo fondamentale aspetto concerne il dolo. Esso deve essere presente al momento (dell’inizio) della condotta. Il dolo sopravvenuto non dà luogo al delitto di truffa. L’agente deve avere fin dall’inizio voluto ingannare la vittima e ottenere una prestazione patrimoniale ingiusta con altrui danno”
  • “Un terzo aspetto riguarda il rapporto causale-consequenziale tra errore e atto di disposizione patrimoniale. Si ha truffa solo se l’errore è causa dell’atto dispositivo e cioè quando, in assenza di esso, quell’atto non sarebbe stato posto in essere. Non c’è reato se la scelta della vittima di porre in essere l’atto di disposizione patrimoniale non è stata effettivamente determinata dall’errata convinzione che la controparte provasse determinati sentimenti, avesse determinati propositi per il futuro, ecc.”

A parere del Tribunale, dunque, non essendo generalmente possibile conoscere tutte le componenti di una relazione di coppia (e cioè “tutte le ragioni per cui una persona desidera “stare” con un’altra e disporre anche patrimonialmente a favore di quest’ultima”) si deve ritenere “normalmente impossibile provare che non sussistano altre cause di per sé sufficienti a giustificare l’atto dispositivo”.

La sentenza in commento giunge dunque ad affermare l’astratta concepibilità della truffa “sentimentale” ma nel concreto la fattispecie risulterà tendenzialmente irrealizzabile.

Esclusa l’applicabilità al caso di specie dell’art. 640 cp., la sentenza si occupa del secondo dei delitti potenzialmente sussumibili al caso di specie ovvero l’appropriazione indebita (art. 646cp).

Anche tale fattispecie è, per la sentenza in commento, da escludere nel caso di specie in quanto “la mancata restituzione di somme di denaro date in prestito è penalmente irrilevante. Essa può dar luogo solo ad una violazione contrattuale rilevante in sede civile, ma non al delitto di appropriazione indebita né a qualsivoglia altro illecito penale”.

Il motivo cardine della soluzione dei giudici risiede nel difetto del requisito dell’altruità della cosa oggetto della condotta. Infatti, avendo le parti pattuito la futura restituzione delle somme consegnate, l’operazione è giuridicamente qualificabile come contratto di mutuo e, quindi, al momento della consegna del denaro l’accipiens ne acquista la proprietà ex art. 1814 c.c., rimanendo vincolato all’obbligo di restituire il tantundem

In tema di “altruità” la sentenza in commento è consapevole che la dottrina e la giurisprudenza sono divisi sull’esatto significato di tale termine: il tradizionale orientamento giurisprudenziale considera “altrui” la cosa che è in proprietà di altri secondo le norme del diritto civile; un diverso approdo giurisprudenziale svincola la soluzione della qualifica civilistica e definisce la cosa”altrui” ex art. 646 c.p. quando su di essa esiste un vincolo attuale di destinazione a uno scopo cui altri ha interesse.

Per la sentenza in esame nessuna delle due ricostruzione sarebbe in grado di sussumere il fatto all’interno del 646 c.p. in quanto, per la prima ricostruzione la cosa non potrebbe piu essere ritenuta “altrui” in virtu del contratto di mutuo, mentre, aderendo alla seconda accezione, mancherebbe nel caso di specie l’esistenza di uno scopo prefissato cui imputare le somme.

La mancata restituzione di una somma di denaro equivalente nell’ammontare a quella prestata, dunque, può dar luogo solo ad una violazione contrattuale rilevante in sede civile, ma non al delitto di appropriazione indebita (proprio per difetto del requisito dell’altruità della cosa oggetto della condotta) né a qualsivoglia altro illecito penale

 

Tribunale di Milano

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.