Donazione indiretta: la parola alla Suprema Corte

“nell’assicurazione sulla vita la designazione quale terzo beneficiario di persona non legata al designante da alcun vincolo di mantenimento o dipendenza economica deve presumersi, fino a prova contraria, compiuta a spirito di liberalità, e costituisce una donazione indiretta. Ne consegue che è ad essa applicabile l’art. 775 c.c., e se compiuta da incapace naturale è annullabile a prescindere dal pregiudizio che quest’ultimo possa averne risentito”

Questa la massima che si evince dalla recentissima pronuncia della Suprema Corte ( scaricabile qui Cassazione civile, sez. III, 19 febbraio 2016, n.3263 )in tema di donazione indiretta.

La questione esaminata si segnala perché rappresenta un chiaro esempio del modus interpretativo attraverso cui la giurisprudenza di legittimità risolve contrasti ermeneutici di una certa rilevanza.

La donazione indiretta è una di queste.

La donazione indiretta è da sempre uno dei temi più “caldi” del diritto civile. La tesi che ha trovato maggiore consenso in dottrina – condivisa da Cassazione civile, sez. II, 21 ottobre 2015, n. 21449 – è quella del collegamento negoziale in cui si individua un negozio mezzo (ad esempio – adempimento del terzo) e un negozio fine (donazione). Il negozio indiretto, dunque, è il risultato del collegamento tra i due negozi.

In questi termini si è espressa la giurisprudenza della Cassazione ritenendo che la donazione indiretta consiste nell’elargizione di una liberalità che viene attuata, anziché con il negozio tipico descritto nell’art. 769 c.c., mediante un negozio oneroso che produce, in concomitanza con l’effetto diretto che gli è proprio ed in collegamento con altro negozio, l’arricchimento animo donandi del destinatario della liberalità medesima.

Nella pronuncia in commento, i giudici di legittimità hanno accolto le motivazioni del ricorrente che ha impugnato la sentenza con la quale era stata rigettata la sua richiesta di annullamento di ben quattro polizze stipulate dalla madre prima di morire. La ragione di fondo che interessa la questione si incentra su una sostanziale privazione di patrimonio ereditario subito dall’erede per effetto del contratto di assicurazione stipulato dalla madre ( ecco perchè donazione indiretta). Sostiene il ricorrente che l’operazione può essere qualificata come atto complesso, in cui lo scopo voluto dal disponente si realizza tramite il collegamento negoziale tra il contratto assicurativo a carattere oneroso stipulato tra disponente e assicuratore e l’atto di designazione dei terzi beneficiari per il caso di morte, inteso come atto unilaterale recettizio sostenuto dallo spirito di liberalità: il tutto, non inquadrabile nello schema della donazione tipica (stante la struttura trilaterale e la mancanza dello spostamento patrimoniale diretto tra disponente e beneficiario), bensì riconducibile, pacificamente, alla nozione di donazione indiretta. Con la stipula di siffatte polizze è quindi stata eliminata dall’asse ereditario una parte del patrimonio della donna.

In punto di diritto il contratto stipulato dalle parti aveva quale causa concreta l’investimento di capitali, a cui si affiancava una finalità assicurativa sorretta dalla circostanza che, in caso di dipartita dell’investitore, l’erogazione della prestazione sarebbe dovuta avvenire in favore di taluni beneficiari espressamente indicati.

Per giungere a ritenere la siffatta operazione negoziale alla stregua di una donazione indiretta la Suprema Corte ripercorre il procedimento ermeneutico seguito dalla Corte d’Appello

Quest’ultima  esclude che l’operazione in parola possa rientrare nell’ambito del contratto a favore di terzo sottoposto alla condizione sospensiva del decesso, atteso che in tal caso il terzo avrebbe acquistato il diritto al verificarsi dell’evento morte e non già al momento della stipula (come invece lascia intendere l’art.1411 cod.civ.).

La Corte d’Appello esclude anche che possa trattarsi di donazione indiretta in quanto manca l’attualità dell’arricchimento del terzo, così come prevede l’art. 769 cod.civ.

Da un punto di vista strutturale i Giudici di secondo grado escludono che i negozi giuridici posti in essere siano collegati.

Secondo i Giudici della Suprema Corte sussiste, invece, un collegamento negoziale tra il negozio-mezzo ( l’assicurazione) e il negozio-fine (la donazione). Dunque deve trattarsi di un’operazione negoziale complessa sorretta da spirito di liberalità. Lo spirito di liberalità è l’intenzione di un soggetto (disponente) di disporre, senza esservi tenuto da un obbligo contrattuale o di legge, in favore di un beneficiario un’attribuzione patrimoniale arricchendo il patrimonio di quest’ultimo e diminuendo le consistenze del proprio. Non sempre è agevole individuare lo spirito di liberalità ed infatti la Suprema Corte in questa occasione lo individua “a contrario”: ovvero ritenendo che non è emerso che la designazione sia stata determinata da ragioni diverse dallo spirito di liberalità. Il pagamento del premio assicurativo è stato sorretto da una causa donandi: costituire la massa attiva che sarebbe stata attribuita al beneficiario.

Deve, dunque, concludersi che l’operazione negoziale è stata concepita come donazione indiretta e ad essa deve applicarsi l’art. 769 cod.civ.

SCARICA QUI la pronuncia esplicata nei passaggi fondamentali: Cassazione civile, sez. III, 19 febbraio 2016, n.3263

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