Domanda di risarcimento per mobbing

Cassazione sez. Lavoro Civile n. 2920 del 2016

Con la sentenza n.2920 2016 (scaricabile qui) la Corte di Cassazione si pronuncia sulla inammissibilità di una domanda risarcitoria fondata su di una condotta di presunto mobbing denunciata dall’istante.

Decisione che diventa particolarmente rilevante in virtù dell’iter seguito dalla Cassazione che assume posizione circa i requisiti necessari per configurare il fenomeno sociale definito “mobbing” su cui innestare il riconoscimento della domanda risarcitoria.

A ben vedere la corte esamina il rapporto fra una ipotesi produttrice di una lesione per il danneggiato e lo strumento risarcitorio previsto dall’ordinamento.

Palese diventa la sussistenza del primo per fondare la richiesta risarcitoria che dovrà al contempo allinearsi ai criteri oggettivi e soggettivi richiesti per soddisfare l’onere della prova.

Al fine di comprendere appieno la soluzione adottata dalla Corte è necessario indagare il casus di mobbing denunciato dall’istante.

Quest’ultimo, infatti, denunciava una serie di situazioni sofferte, considerate come pregiudizievoli (difficoltà di godere delle ferie poichè continuamente differite, interrotte o sottoposte alla presenza di altro amministrativo; la presenza nei suoi confronti di tre procedimenti disciplinari con esito negativo, salvo l’aver subito un mero rimprovero; la presenza di un provvedimento di trasferimento; l’esistenza di procedimenti penali nei confronti dell’istante di dubbia natura) che gli avevano causato una serie di problemi psicologici.

Realtà a cui si aggiungevano le palesi deficienze organizzative, di direzione che imponevano all’istante una prestazione lavorativa stressante accompagnata da un carico di lavoro superiore a quello dovuto.

Purtuttavia la corte di primo grado, così come quella di appello rigettavano la domanda di risarcimento perché asserivano che mancava la prova di una precipua volontà persecutoria, né di un filo conduttore che unisse in una condotta di persecuzione e di prevaricazione la varie vicende sofferte dall’istante.

Ciononostante il ricorrente ha promosso ricorso per Cassazione attraverso una serie di censure verso la decisione della corte territoriale.

La prima censura concerne la violazione degli artt. 2,3,32,35,36 cost. in combinato disposto con la lesione degli artt. 2087,2043,2049 in quanto, per il ricorrente, la corte di appello si era arrogata ingiustamente il privilegio di ricorrere ad una lettura autonomistica degli episodi tralasciando il dovere di interpretarli in via generale attraverso una operazione di vaglio cumulativo.

La seconda evoca la scorretta valutazione della lesione del diritto a godere delle ferie tanto da reputarlo mal ponderato in quanto, in sostanza, di difficile attuazione o eliminato.

La terza censura si fonda sulla errata valutazione dell’onere della prova reputato soddisfatto nella domanda.

La quarta critica l’operato dell’interprete laddove ha deciso di non ricorrere alle presunzioni semplici o alle norme di comune esperienza che nel casus erano idonee a dimostrare l’animus nocendi.

La quinta attiene la lesione dell’art. 112 c. p.c. poiché la corte nulla dispone in merito alla domanda promossa dall’attore.

La sesta, infine, concerne la motivazione erronea poiché non tiene conto della relazione del ctu che riconosce il pregiudizio subito dall’istante.

A parere della Suprema Corte tutte queste censure vanno respinte e il ricorso ritenuto infondato.

Per spiegare tale effetto la corte richiama preliminarmente il concetto dottrinale e giurisprudenziale di mobbing.

Si tratta di una serie di fenomeni comportamentali, ripetuti nel tempo, anche mediante condotte rese da soggetti differenti, accomunate da una modalità vessatoria e dalla eliminazione della vittima dal posto di lavoro.

Ala luce di ciò la corte respinge già il 2-3-5 motivo di ricorso; il primo motivo laddove concerne la mancata pronuncia del giudice di appello sulla lesione derivante dalla lesione dell’art. 2087 c.c. e il sento motivo ove sancisce la contraddittorietà della sentenza per non aver considerato la relazione del ctu.

In seguito la Corte procede respingendo anche le restanti le censure.

Compie tale operazione concentrandosi sui presupposti del mobbing e di conseguenza sulla base su cui si innesta la legittima richiesta di risarcimento del danno.

Attraverso questa operazione la sentenza diventa particolarmente rilevante in quanto certifica una presa di posizione netta sul fenomeno del mobbing da parte della Cassazione, in ossequio ad un orientamento giurisprudenziale ben rappresentato dalla sentenza del 2014 n. 17698.

Sentenza richiamata nel corpo della decisione e che sancisce che il mobbing scatta in presenza di  una pluralità di elementi come la presenza di a) seriali “condotte persecutorie (illecite o lecite singolarmente) che, con intento vessatorio, siano poste in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o da un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute della personalità e della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi”.

Ne deriva, secondo la Corte Suprema, che l’onere della prova in tutti i suoi elementi oggetti e soggettivi spetta all’attore.

Non sfugge che la conseguenza di ciò è la necessaria prova da parte dell’attore della presenza dell’intento persecutorio celato nei singoli episodi e nel disegno unitario posto in essere. Prova dirimente e al contempo cruciale per dimostrare per configurare il fenomeno sociale descritto che giustifica la salvaguardia della vittima.

Considerato anche questo aspetto la Corte giunge a generare, di conseguenza, una soluzione in scia alla disciplina dell’onere della prova, ma con indubbie difficoltà per il ricorrente obbligato a rendere una prova almeno complessa nella sua portata.

Stabilito ciò la Corte determina il superamento anche della quarta censura introducendo un principio di matrice processuale in quanto afferma che rientra nel sindacato del giudice il ricorso alle presunzioni semplici. La parte potrà superare tale potestà solo in presenza di una prova della illogicità della loro esclusione che nel casus manca.

La stessa sorte è riservata anche alla sesta censura poiché la Corte sottolinea che le regole epistemologiche applicate dal ctu, rientranti nella psicologia lavorativa, non sono applicabili nel casus in quanto appartenenti ad un ambito diverso da quello indagato da cui scaturisce una differente configurazione del mobbing.

Tuttavia pur respingendo tutte le censure promosse la Corte procede ad un’ulteriore specificazione.

Infatti, stabilisce che nonostante l’accertamento della presenza di carenze organizzative, del carico di lavoro stressante superiore alla norma, fonte dei problemi psicologici del dipendente, da soli non risultano essere sufficienti a configurare l’ipotesi di mobbing ed a fondare la domanda risarcitoria in assenza  della prova delle condotte univoche a carattere persecutorio e prevaricatorio.

Dal ragionamento esposto, pertanto, emerge che solo in presenza di una prova certa di tale fine si potrà accedere ad una tutela altrimenti negata anche in presenza di costanti difficoltà lavorative. Sembra quasi che la Corte crei una scissione fra le difficoltà oggettive del lavoro e quelle determinate dalla volontà di altri soggetti.

Reputando che solo dalla presenza delle seconde potrà discendere il mobbing e respingendo le letture che reputano sufficiente la presenza di tali elementi oggettivi come forieri di una presunzione forte circa la configurazione del fenomeno descritto.

 

 

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