DIVIETO DI TRASCRIZIONE DI NOZZE OMOSESSUALI CELEBRATE ALL’ESTERO. CONSIGLIO DI STATO 4897/15.

La decisione n. 4897/15 del Consiglio di Stato inerisce la intrascrivibilità delle nozze omosessuali nei registri italiani anche laddove la celebrazione sia avvenuta all’estero.

Il Consiglio, pertanto, crea un principio giurisprudenziale in linea con un sistema giuridico fondato sul riconoscimento di un unico modello tradizionale di matrimonio.

Per pervenire a tale risultato il Consiglio si sofferma prima sull’insieme di norme interne e poi sulla giurisprudenza nazionale e comunitaria pronunciatasi in materia.

Circa le prime, la corte rinvia alle norme contenute negli artt. 27- 28 della legge 218/ 95 e all’art. 115 c.c.

La prima disciplina le condizioni soggettive di validità che “per contrarre matrimonio sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo al momento del matrimonio”; la seconda, invece, dispone che “il matrimonio è valido, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione o dalla legge nazionale di almeno uno dei coniugi…”. Queste due norme di diritto internazionale privato sanciscono un matrimonio valido laddove siano rispettati i requisiti determinati dalle norme codicistiche.

Norme fra cui spicca l’art.115 c.c. che, in relazione al matrimonio del cittadino all’estero, impone l’ossequio delle altre disposizioni codicistiche necessarie per contrarre un matrimonio valido ed efficace. A ben vedere quest’ultimo articolo non solo determina un rinvio ampio alle altre norme, ma al contempo si impone come regola necessaria in ambito matrimoniale impedendo deroghe di ogni genere.

La corte, inoltre, ritiene che dal combinato disposto di queste tre norme scaturisce un sistema matrimoniale caratterizzato da una serie di requisiti imprescindibili per produrre effetti nell’ordinamento.

Requisiti tra cui spicca, secondo la corte, come primo elemento di validità ed efficacia del matrimonio, la diversità di sesso fra i nubendi come si deduce “agevolmente” dagli artt. 107- 108- 143-143bis-156bis del c.c. ed in coerenza con la concezione del matrimonio afferente alla millenaria tradizione giuridica e culturale dell’istituto, oltre che all’ordine naturale costantemente inteso e tradotto nel diritto positivo come legittimante la sola unione coniugale tra un uomo e una donna.

Pertanto, si registra un’operazione del Consiglio ad ampio raggio che ricorre prima ad elementi di diritto e poi ad elementi tradizionali per impedire la creazione di una nuova forma di matrimonio valida ed efficace nel nostro ordito. Visione che la corte arricchisce considerando l’atto privo di un elemento fondamentale e pertanto radicalmente invalido anzi definito come inesistente tanto da asserire che “il matrimonio omosessuale deve, infatti, intendersi incapace, nel vigente sistema di regole, di costituire tra le parti lo status giuridico proprio delle persone coniugate (con i diritti e gli obblighi connessi) proprio in quanto privo dell’indefettibile condizione della diversità di sesso dei nubendi, che il nostro ordinamento configura quale connotazione ontologica essenziale dell’atto di matrimonio”.

Da tale iter logico giuridico, evidentemente granitico per la corte, discende l’indagine circa la trascrivibilità di questa forma di matrimonio celebrato all’estero. Questa analisi parte dall’art. dell’art.64 del d.P.R. 3 novembre 2000, n.396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile). Articolo che sancisce fra le condizioni della trascrizione nell’apposito registro la presenza della dichiarazione degli sposi di prendersi come marito e moglie ( art. 64 co 1 lett. e). Norma che secondo la corte deve essere collocata all’interno dell’unica e tradizionale interpretazione del concetto di sposi come sancita dall’art. 107 c.c. e da cui si deduce la intrascrivibilità delle nozze celebrate anche all’estero.

Sancita la non trascivibilità di tale matrimonio secondo le norme nazionali, la corte si sofferma sulla esistenza di una giurisprudenza nazionale o comunitaria idonea a produrre un risultato opposto a quello sinora argomentato dalla corte.

In merito alla giurisprudenza interna la corte richiama le decisioni della Corte Costituzionale (tra tutte 138/10) in cui il divieto di tali nozze è reputato compatibile con il nostro sistema giuridico in virtù dell’art 29 cost. (da cui si evince il principio delle sole nozze eterosessuali a cui non sono omologabili quelle omosessuali) da un lato e dall’altro con gli artt. 12 CEDU e 9 Carta di Nizza ( che richiamano le legislazioni nazionali dimostrando che l’istituto del matrimonio è oggetto di una normativa esclusivamente nazionale e non comunitaria o internazionale). Da ciò tuttavia emerge una salvaguardia delle unioni omosessuali che può anche condurre ad uno scrutinio di costituzionalità delle norme nazionali idonee a produrre discriminazioni irragionevoli in cui si richiede invece un trattamento omogeneo fra le due unioni.Da ciò è evidente per il Consiglio la non trascrivibilità delle nozze esaminate. Lo stesso risultato, inoltre, è registrato dalla corte anche guardando alla giurisprudenza comunitaria come da ultimo nel caso Oliari. Caso in cui l’Italia è stata condannata per non aver approntato una tutela per le coppie omosessuali, ma che al contempo ha ribadito la discrezionalità statale o meglio la riserva di ogni parlamento nazionale a riconoscere o meno i matrimoni omosessuali. Quindi da tale pronuncia si registra una sorta di apertura al matrimonio omosessuale della corte di Strasburgo, da saldare alle scelte interne statali senza che vi sia il riconoscimento automatico al diritto a contrarre matrimonio per le coppie omossessuali. A ciò segue tuttavia una doverosa tutela delle stesse unioni nelle forme e modalità differenti dal matrimonio laddove emergono situazioni meritevoli di tutela come in relazione ai diritti delle coppia di origine nazionale e non. Da ciò emerge una negazione dell’equiparazione del matrimonio omosessuale con quello tradizionale rispettosa dei vincoli comunitari e internazionali assunti dall’Italia che anzi determina a sua volta il rigetto di ogni operazione ermeneutica tesa a generare una figura non rientrante in alcuni norma e peraltro in contrasto con le richiamate norme costituzionali e comunitarie.

Pertanto, permettendo la trascrizione del matrimonio omosessuale all’estero si configurerebbe un’ipotesi contraria a quanto sinora descritto e secondo la corte dall’esito ingiustificato.

Determinato tale aspetto, la corte si spinge anche ad esaminare il rapporto fra il Prefetto e il Sindaco e i poteri che al primo competono in relazione all’attività del secondo laddove  agisce come ufficiale di governo (ad esempio circa la tenuta dei registri dello stato civile).

Si tratta di una relazione di sovraordinazione in cui il Ministero competente mantiene il potere seppur delegato ai vari organi presenti sul territorio come il Prefetto e i vari sindaci. Questi ultimi operano sotto la vigilanza e il controllo dei prefetti che possono anche sostituire il sindaco inerte.

Secondo il collegio da questi poteri discende inevitabilmente anche quello di annullamento gerarchico degli atti resi da sindaco da parte del prefetto pena la perdita di efficacia del sistema e del mancato raggiungimento di una gestione uniforme dei registri su tutto il territorio nazionale. Peraltro, lo stesso modello di ingerenza del Prefetto sulla base di un potere gerarchico di autotutela trova conferme nel caso dell’esercizio da parte del sindaco del potere di pubblica sicurezza.

Da ciò si deduce che non è necessario, per fondare tale potere, il rinvio all’art. 21 nonies della legge 241/90 poiché lo stesso è implicitamente contenuto nei poteri riconosciuto in virtù del rapporto interorganico indagato. Tuttavia l’art. 21 nonies rileva laddove tale potere è riconosciuto ad organo diverso da quello che ha emanato l’atto come nel caso di specie. A corroborare tale assunto la corte aggiunge che anche l’atto del sindaco in questione rientra nel novero degli atti amministrativi disconoscendo la categoria degli “atti pubblici formali”.

Infine la corte si sofferma sul coordinamento di tale modello con i poteri dell’autorità giudiziaria. La seconda opera in presenza di atti da controllare, rettificare o da cancellare e non nel caso di atti inesistenti. Secondo la corte “L’esigenza del controllo giurisdizionale, infatti, si rivela del tutto recessiva (se non inesistente), a fronte di atti inidonei a costituire lo stato delle persone ivi contemplate, dovendosi, quindi, ricercare, per la loro correzione, soluzioni e meccanismi anche diversi dalla verifica giudiziaria”.

Sistema coerente con l’art 95 del d.p.r. citato in cui emerge un potere facoltativo di impugnazione del Procuratore della Repubblica che dimostra come la norma tenda a tutelare interessi individuali e non pubblici. Realtà da coniugare con l’art. 453 c.c. in cui si riconosce al giudice un potere di annotazione non contrario all’esercizio di un potere di autotutela come quello descritto e inerente atti amministrativi definiti come abnormi. Soluzione infine coerente con un sistema di regole non soggette alle oscillazioni giurisprudenziali, ma saldate alla applicazione delle regole ministeriali che i prefetti sono chiamati ad applicare.

cds 4897 2015 sentenza consiglio di stato 4897 2015

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.