Il diritto ad avere il cognome di entrambi i genitori: C.C. 286/2016

Il figlio nato in costanza di matrimonio può ottenere in Italia il cognome di entrambi i genitori?

Questo il quesito posto all’attenzione della Corte Costituzionale, e risolto in senso favorevole, con la sentenza c-c-286-del-2016.

La questione giunta allo scrutinio del giudice delle leggi ha riguardato la possibilità di attribuire il cognome materno al figlio titolare di doppia cittadinanza, italiana e brasiliana, ma diversamente identificato a seconda del caso concreto: in Italia con il solo cognome paterno ed in Brasile con entrambi i cognomi.

Il principio di diritto enucleato nella sentenza in commento, è bene specificarlo, riguarda il caso in cui la richiesta venga avanzata in presenza di accordo tra i genitori. In via consequenziale il principio viene esteso dalla Corte anche al caso di accordo degli adottanti in ordine al cognome dell’adottato.

In mancanza di tale accordo, invece, ed in attesa di intervento legislativo, rimane intatta la disciplina in vigore, che prevede l’attribuzione del solo cognome paterno.

I parametri di costituzionalità presi in considerazione dal giudice remittente vertono sugli articoli 2,3, 29 e 117 della Costituzione.

La prima norma viene in rilievo “per la violazione del diritto all’identità personale, che trova il primo ed immediato riscontro proprio nel nome e che, nell’ambito del consesso sociale, identifica le origini di ogni persona”, impedendo l’identificazione in entrambi i genitori.

La violazione degli artt. 3 e 29 viene individuata nella violazione del principio di uguaglianza e dignità tra i genitori, e degli stessi nei confronti del figlio.

Infine altrettanto violato sarebbe l’art. 117, in quanto norma interposta che permette l’ingresso del nostro ordinamento giuridico di norme aventi natura convenzionale sulla protezione dei diritti del fanciullo e sulla parità di genere .

La censura avanzata dal giudice remittente riguarda, in particolare “l’illegittimità costituzionale della norma – desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 cod. civ. e dagli artt. 33 e 34 del d.P.R. n. 396 del 2000 – che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio nato in costanza di matrimonio, in presenza di una diversa contraria volontà dei genitori”. Grande importanza riveste altresì l’art. 72 del r.d. 1238/1939, nella parte in cui prevede «l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa contraria volontà dei genitori». Tale norma, pur essendo stata abrogata dal d.p.r. 396/2000, è entrata nel fuoco della censura in quanto implicitamente presupposta da alcune disposizioni.

Nel passato la questione appena evidenziata era già stata affrontata dalla Corte Costituzionale, che – nel 1988 – aveva ipotizzato la convenienza di un criterio di attribuzione del cognome maggiormente rispettoso dell’autonomia dei coniugi. Tuttavia tale auspicio non si è mai introdotto in un intervento legislativo capace di risolvere la questione.

Di la riproposizione del quesito.

La questione così riassunta è stata considerata fondata.

Ad avviso della Corte Costituzionale è sicuramente violato è l’art. 2 della Costituzione, dal momento che “Il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.”.

L’identità personale, in altri termini, ha una tale portata da doversi riconoscere il diritto a “conoscere le proprie origini e ad accedere alla propria storia parentale”, e dunque anche ad essere identificato attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.

Nessun dubbio, ugualmente, deve porsi con riguardo alla violazione del principio di uguaglianza.

La prevalenza del cognome paterno è figlia di una ormai superata concezione patriarcale della famiglia, e di conseguenza non ha nessuna più alcuna giustificazione nell’attuale quadro normativo, sia quello codicistico sia quello costituzionale.

Ed infatti, “la perdurante violazione del principio di uguaglianza ‘morale e giuridica’ dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice, ora come allora, quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno”.

Alla luce delle argomentazioni appena evidenziate, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di quelle norme che non consentono ai genitori – ed in via consequenziale agli adottanti, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita, anche il cognome materno.