Direttive Europee: hanno efficacia in pendenza del termine di recepimento?

Il Consiglio di Stato con la sentenza numero 5359 del 2015 è ritornato sulla questione dell’efficacia delle direttive europee

La sentenza in commento concede la possibilità al Consiglio di Stato di stilare un decalogo in tema di direttive europee prima della loro trasposizione nell’ordinamento interno ed, in particolare, soffermandosi sull’ipotesi in cui il termine di recepimento sia ancora pendente.

Le direttive europee, una delle fonti maggiormente utilizzate dal legislatore dell’Unione europea al fine di armonizzare le normative degli Stati membri, rinvengono la loro definizione all’interno del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). L’art. 288 comma 3, infatti, recita espressamente “La direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi”

Lo Stato membro è, dunque, obbligato solo nel fine da raggiungere e gli viene concesso un termine entro il quale realizzarlo. Scaduto tale termine senza che lo Stato abbia recepito la direttiva, per l’ormai costante interpretazione della Corte di Giustizia, se la direttiva è dotata del c.d.effetto self-executing (ovvero sia chiara, precisa nella determinazione dei diritti in capo ai soggetti e suscettibile di applicazione immediata senza che siano richiesti interventi attuativi nel diritto interno) produrrà direttamente i propri effetti anche nello Stato inadempiente.

La questione che si è posta in dottrina e in giurisprudenza, riguarda l’effetto di una direttiva nell’arco di tempo concesso allo Stato per uniformarsi.

Per una prima ricostruzione anche in queste ipotesi, nel caso di direttiva self-executing, si dovrebbero riconoscere effetti diretti alla medesima.

La giurisprudenza e la dottrina maggioritaria accedono, invece, ad altra ed opposta ricostruzione.

Per l’ormai costante lettura giurisprudenziale (confermata dalla sentenza in esame), prima della scadenza del termine per il recepimento resta inconfigurabile qualsiasi efficacia diretta nell’ordinamento (che, quindi non possono essere qualificate come self-executing) per quanto le direttive siano dettagliate e complete.

Ciò però non vuol dire che tali direttive sono totalmente prive di qualsiasi effetto giuridico: è infatti opportuno evidenziare come le stesse, anche in pendenza del termine, conservino un’efficacia giuridica, ancorché limitata, che vincola sia il legislatore sia i giudici nazionali ad assicurare, nell’esercizio delle rispettive funzioni, il conseguimento del risultato voluto dalla direttiva.

Il principio di leale collaborazione, sancito all’art.4, par.3, del Trattato Ue impedisce, anche in pendenza del termine di recepimento, al legislatore nazionale l’approvazione di qualsiasi disposizione capace di ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo al quale risulta preordinata la direttiva; si impone, inoltre, ai giudici nazionali di preferire l’opzione ermeneutica del diritto interno maggiormente conforme alle norme eurounitarie da recepire.

Nel caso in cui, invece, la direttiva miri ad introdurre nell’ordinamento un istituto nuovo, è da escludersi qualsivoglia efficacia alla direttiva non ancora recepita: in tali ipotesi sarà infatti necessaria una compiuta disciplina normativa interna di recepimento.

I giudici di Palazzo Spada evidenziano, inoltre, la necessità di un ulteriore requisito per invocare il limitato effetto della c.d. interpretazione giuridica conforme: sarà infatti necessario che la direttiva invocata sia stata pubblicata sulla G.U.U.E prima dell’adozione dell’atto impugnato, posto che il giudizio della legittimità di quest’ultimo dev’essere formulato alla stregua della normativa vigente al momento della sua assunzione.

Sulla base ti tali principi il C.d.S. nella sentenza 5359/15 rigetta l’interpretazione proposta dall’appellante volta ad ottenere la diretta applicabilità dei principi di una direttiva in pendenza. Nel caso di specie, infatti, il provvedimento impugnato era stato emanato prima della pubblicazione sulla G.U.U.E. della direttiva UE. Inoltre la direttiva in esame, la n.2014/24/UE, all’art 63 mira ad introdurre negli ordinamenti nazionali istituti del tutto innovativi, che, come tali, esigono “la coerente declinazione dei loro elementi costitutivi e dei pertinenti presupposti di applicabilità” da parte dei legislatori nazionali.

La sentenza si conclude con un ultima precisazione: stante l’inapplicabilità della direttiva, consegue l’insussistenza delle condizioni per invocare il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE che si risolverebbe “nell’inammissibile interrogazione sull’interpretazione della portata precettiva di una disposizione, rispetto al cui ambito applicativo, tuttavia, la questione qui controversa è stata giudicata estranea”.

 

cds 5359 2015

 

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