Differenza fra estorsione e ricettazione. Corte di Cass. n. 33723/16.

La Corte di Cassazione, con la sentenza numero 33723 del 05/08/16 (qui scaricabile cassazione-33723-del-2016 ), fornisce le coordinate per definire la responsabilità penale dell’intermediario intervenuto in seguito ad un furto di un bene, accompagnato da una richiesta di riscatto (cd. “cavallo di ritorno”).

Si tratta di una ipotesi complessa, almeno trilaterale, in cui si inserisce un soggetto (intermediario) a cui è demandato (da parte del derubato) il compito di negoziare, con gli autori del reato, il riscatto del bene rubato.

Posizione, quella dell’intermediario, da verificare in concreto poiché quest’ultimo potrebbe dare esecuzione al mandato o partecipare alla realizzazione dell’estorsione fornendo il proprio apporto causale per ottenere l’ingiusto profitto.

Guardando a questo secondo segmento si denota la possibile emersione di un concorso in estorsione (artt. 110 e 629 c.p.).

Concorso ammesso anche in presenza di un apporto partecipativo alla sola fase finale del delitto di estorsione (differenziandolo così dal reato di favoreggiamento personale che si verifica post commissione del delitto che nella estorsione non è ancora consumato).

Definita la possibile partecipazione concorsuale, la Corte, si sofferma sulla sussistenza dei requisiti necessari per configurare tale tipologia di reato.

Si tratta, pertanto, di accertare la sussistenza di un apporto causale all’evento reso dall’intermediario e della consapevolezza di quest’ultimo di agire per il raggiungimento dello scopo perseguito dagli altri autori del reato, consistente nel conseguimento di un ingiusto profitto.

In tal caso la Cassazione richiama un principio consolidato, secondo il quale, laddove sussistono dei legami fra l’autore del reato e l’intermediario, quest’ultimo, di norma, agisce perseguendo anche l’interesse del ladro, rispondendo così di concorso in estorsione.

Immediata conseguenza di ciò è che, in caso di assoluta coincidenza con l’interesse della vittima, l’intermediario, agendo secondo il mandato ricevuto e non ottenendo denaro, non risponde di concorso in estorsione.

Ferme tali coordinate, la difesa dell’imputato contesta la contraddittorietà della motivazione con cui la corte territoriale era pervenuta alla condanna dell’intermediario.

Censura reputata fondata dalla Cassazione che riconosce la incongruità della motivazione resa.

Il ragionamento della Corte inizia, sancendo la responsabilità dell’intermediario per il reato di ricettazione (art. 648 cp). Tuttavia denota l’insussistenza della base logica per punire gli imputati per il reato di concorso in estorsione.

La fonte su cui la corte territoriale aveva condannato gli imputati, anche per quel reato, era rinvenuta nell’accertamento di un interesse proprio degli intermediari (di lucrare dalla negoziazione) differente da quello del derubato e saldato a quello degli autori dell’estorsione.

Visione fondata su di una serie di indici sintomatici come la conoscenza del furto; l’entità del corrispettivo; l’aver sollecitato il pagamento; il non aver adempiuto al mandato in quanto non era stato chiesto uno sconto; il fatto di aver taciuto della presenza di un altro intermediario; di aver inscenato un finto ritrovamento; di aver celato che al precedente intermediario era stata offerta una somma per il suo lavoro.

Tuttavia la Corte ritiene che tale complesso di fatti, da solo, non è in alcun modo in grado di fondare una precipua volontà offensiva dell’intermediario, né di dimostrare la esistenza di una sua minaccia o coazione larvata o implicita nei confronti della vittima finalizzata all’ottenimento di un ingiusto profitto. Tale ragionamento è frutto di una ricostruzione dei differenti confini dei reati di ricettazione e di estorsione.

Infatti, dinnanzi a tale quadro, la Cassazione ricorda che il “discrimine tra ricettazione ed estorsione è stato individuato nella presenza di un interesse assolutamente coincidente con quello della vittima perché – in mancanza – la stessa condotta fornirebbe un contributo alla pressione morale ed alla coazione psicologica nei confronti della vittima e quindi determinerebbe un apporto causativo all’evento”.

Da ciò è palese che l’epicentro dell’indagine, atta a differenziare i due reati menzionati, è la presenza di una minaccia o di una coartazione, anche implicita o larvata, che permette di misurare la diversità dell’interesse dell’intermediario rispetto a quello della vittima.

Calando tali coordinate nel casus la Cassazione denota come quest’ultimo sia particolare.

Si tratta di una ipotesi diversa da quella in cui il ricettatore chiede il pagamento della merce al derubato (ipotesi di tentativo di estorsione) poiché gli intermediari, nel casus, non avevano conseguito il bene oggetto del reato.

Inoltre, questi ultimi non risultavano autori del furto; né realizzavano una coartazione della vittima raccomandandogli di pagare in fretta poiché tale scelta è notoriamente la più efficace nei casi di realizzazione di questa pratica illecita. Infine, nemmeno la determinazione del prezzo rappresenta l’indice di una partecipazione al reato. Anzi rientra, con la prudenza dimostrata dai soggetti coinvolti, nella mera realizzazione del mandato ricevuto.

Pertanto, si registra, secondo la Cassazione, la mancanza di una minaccia. A ciò si aggiunge che, l’aver anticipato i soldi ai ladri rappresenta, alla luce della sequenza descritta, rappresenta una scelta coerente con l’interesse del derubato, corroborata dal mancato pagamento a favore dell’intermediario per la sua attività.

In virtù di ciò la Suprema Corte perviene ad affermare il principio di diritto per cui “non risponde di concorso in estorsione solo il soggetto che, per incarico della vittima di un furto e nell’esclusivo interesse di quest’ultima, si metta in contatto con gli autori del reato, per ottenere la restituzione della cosa sottratta mediante esborso di denaro, senza conseguire alcuna parte del prezzo. In tale contesto, la presenza di un interesse coincidente con quello della vittima può essere desunto dalla mancanza di un contributo alla pressione morale ed alla coazione psicologica nei confronti della parte offesa”.

Pronunciandosi in tal guisa la Corte rinvia alla Corte di Appello per la nuova decisione.