Daspo: la definizione di “manifestazione sportiva”

La Corte di Cassazione torna ad occuparsi del Daspo, chiarendo l’ambito di applicazione del provvedimento.

 

Con la sentenza n. 1767 del 2017 (Scaricabile qui evidenziata nei suoi passaggi chiave: cass 1767 2017) la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi del Daspo.

Il Daspo (da D.A.SPO., acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive), è una misura prevista dal legislatore al fine di contrastare il fenomeno della violenza durante le manifestazioni sportive. Nell’ordinamento italiano è previsto e disciplinato dalla legge 401/1989 (e successive modifiche) il quale, all’art. 6, prevede che il questore possa “disporre il divieto di accesso ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive” a chi, tra l’altro, abbia “preso parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza”.

La norma, se da un lato è stata accolta con favore, in quanto tende a fronteggiare il diffuso fenomeno della “violenza negli stadi”, dal punto di vista strettamente giuridico è stata oggetto di numerose critiche.

La sentenza in commento dà la possibilità di chiarire proprio una delle critiche principali attinenti alla norma ovvero il suo ambito di applicazione.

Per comprendere al meglio la questione è necessario ripercorrere brevemente gli avvenimenti attenzionati dalla Corte.

Nel caso di specie, infatti, è stato emesso un provvedimento di Daspo nei confronti di un tifoso del Cagliari, il quale aveva commesso atti violenti all’interno del centro sportivo di allenamento della squadra.

Orbene, la difesa del “tifoso” ha impugnato il provvedimento contestando la sussistenza di uno dei  requisiti fondamentali del Daspo ed in particolare, la realizzazione della condotta “in occasione o a causa di manifestazioni sportive”.

Per l’impostazione difensiva infatti il campo di allenamento non è qualificabile come “manifestazione sportiva” e dunque l’ambito di applicazione della norma andrebbe ricondotta esclusivamente alle violenze realizzate “durante” lo svolgimento della manifestazione sportiva.

La Corte, con la sentenza in commento, sconfessa radicalmente tale ricostruzione in quanto riduttiva e contrastante con la stessa ratio legislativa.

Ritiene, infatti, il Collegio che “la espressione “in occasione o a causa di manifestazioni sportive” non debba essere inteso nel senso che gli atti di violenza o comunque le restanti condotte che possano giustificare la adozione dei provvedimenti di cui alla L. n. 401 del 1989, art. 6 debbano essersi verificati durante lo svolgimento della manifestazione sportiva ma nel senso che con essa abbiano un immediato nesso eziologico, ancorchè non di contemporaneità.”

Infatti precisano i giudici della Corte di Cassazione che l’effettiva ratio della disposizione è quella di “prevenire fenomeni di violenza, tali da mettere a repentaglio l’ordine e la sicurezza pubblica, laddove questi siano connessi non con la pratica sportiva ma con l’insorgenza di quegli incontrollabili stati emotivi e passionali che, tanto più ove ci si trovi di fronte ad una moltitudine di persone, spesso covano e si nutrono della appartenenza a frange di tifoserie organizzate, perlopiù, ma non esclusivamente, operanti nell’ambito del gioco del calcio.”

L’interpretazione fornita dalla difesa, limiterebbe troppo la portata della norma riducendone l’efficacia dissuasiva in quanto renderebbe inapplicabile la relativa disciplina ogni qualvolta gli eventi, “pur determinati da una mal governata passione sportiva e dalla distorsione del ruolo del tifoso, si realizzino in un momento diverso dal verificarsi del fattore che li ha scatenati”

Nel caso di specie, i gravi fatti che hanno determinato la emissione del Daspo, e delle prescrizioni volte ad assicurarne il rispetto, “si sono verificati, oltre che all’interno dell’impianto sportivo utilizzato dalla squadra del Cagliari Calcio per gli allenamenti dei propri calciatori, proprio in ragione del ritenuto scarso impegno agonistico da questi ultimi dimostrato negli incontri dalla medesima compagine calcistica disputati; è, perciò, chiaro che la immediata ed univoca connessione eziologica fra le condotte poste a fondamento della misura di prevenzione e lo svolgimento di manifestazioni sportive, sia, pertanto, tale da giustificare, senza alcun dubbio, stante la natura stessa dei provvedimenti presi (essendo questi volti a prevenire, attraverso la realizzata innocuità dei soggetti apparentemente più facinorosi, il verificarsi di più gravi eventi parimenti connessi con lo svolgimento di manifestazioni sportive), la loro adozione, senza che incida su di essa il fatto che i medesimi fatti di violenza siano avvenuti non nel corso di una manifestazione sportiva”.