Danni puntitivi: per le Sezioni Unite sono compatibili con il nostro sistema

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza 5 luglio 2017 n.16601 hanno deciso la questione di massima di particolare importanza attinente la compatibilità del nostro ordinamento con i cd. danni punitivi.

Il Supremo Consesso ha affermato, avvalendosi del disposto dell’art. 363, comma 3, c.p.c., che nel vigente ordinamento alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.

Non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi (punitive demages).

Per comprendere appieno la pronuncia è fondamentale qualche precisazione preliminare circa i danni punitivi.

Questi ultimi rappresentano un istituto giuridico degli ordinamenti di common law – in particolare degli Stati Uniti – che prevedono, in caso di responsabilità del danneggiante per dolo o colpa grave, il riconoscimento al danneggiato di un ulteriore autonomo risarcimento punitivo oltre a quello necessario per compensare il danno subito (compensatory damages).

Tradizionalmente è sempre stata negata cittadinanza nel nostro ordinamento a questo tipo di funzione sanzionatoria o comunque lato sensu punitiva del risarcimento del danno, poiché esso è concepito unicamente come strumento per compensare le perdite derivanti dalla verificazione del danno.

Non a caso la Corte di Cassazione ha più volte sancito l’estraneità al risarcimento del danno dell’idea di punizione e di sanzione, stante la sola funzione di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto leso.

Nel nostro diritto civile, infatti, la funzione del risarcimento del danno è quella di ripristinare il patrimonio del soggetto danneggiato, riportandolo alla condizione antecedente alla verificazione del danno (compensando la lesione subita).

Il tutto evitando che il risarcimento suddetto possa trasformarsi in occasione di guadagno per il danneggiato, che magari si vede corrisposto più di quanto effettivamente avesse “perso”.

In particolare la dottrina e la giurisprudenza maggioritarie hanno sempre affermato che la funzione del risarcimento del danno non potrebbe che essere quella descritta poiché l’istituto de quo “guarda” al danneggiato cui intende compensare la lesione subita e non al danneggiante quale soggetto da punire.

Tuttavia le Sezioni Unite hanno ritenuto che pur essendo certamente queste la funzione e la natura del risarcimento del danno all’interno del nostro ordinamento giuridico, non si possa affermare la sua totale incompatibilità con una funzione anche sanzionatoria (rectius punitiva) nei confronti del danneggiato.

Tale affermazione è stata fatta nell’ambito della questione problematica attinente il possibile riconoscimento all’interno del nostro ordinamento di una sentenza straniera che contenesse una pronuncia riguardante tale tipo di danni.

A tal proposito l’orientamento tradizionale era fermo sull’impossibilità di riconoscimento di tali sentenze straniere per contrarietà con l’ordine pubblico interno.

Al contrario la Corte sancisce che questa analisi è superata e non può più costituire, in questi termini, idoneo filtro per la valutazione.

La riconoscibilità del risarcimento punitivo è sempre da commisurare agli effetti che la pronuncia del giudice straniero può avere in Italia, ma in via generale non é incompatibile con il sistema.

Le Sezioni Unite hanno poi richiamato l’ordinanza di rimessione n. 9978/2016 e la sentenza n.7613/2015, chiamata a vagliare la compatibilità con l’ordine pubblico italiano delle misure previste in altri ordinamenti, analizzando anche il panorama normativo interno.

Sul punto la Corte ha richiamato, tra le varie norme, il cd. codice del consumo (D.Lgs. 6 settembre 2005 n. 206, art. 140 comma 7) dove si tiene conto della “gravità del fatto” e l’art. 187 undecies, comma 2, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (in tema di intermediazione finanziaria) quali esempi concreti di risarcimenti del danno con funzione anche deterrente.

Pertanto la Suprema Corte ha affermato che “Vi è dunque un riscontro a livello costituzionale della cittadinanza nell’ordinamento di una concezione polifunzionale della responsabilità civile, la quale risponde soprattutto a un’esigenza di effettività della tutela che in molti casi, della cui analisi la dottrina si è fatta carico, resterebbe sacrificata nell’angustia monofunzionale. Infine va segnalato che della possibilità per il legislatore nazionale di configurare “danni punitivi” come misura di contrasto della violazione del diritto eurounitario parla Cass., sez. un., 15 marzo 2016, n. 5072.

Ciò non significa che l’istituto aquiliano abbia mutato la sua essenza e che questa curvatura deterrente/sanzionatoria consenta ai giudici italiani che pronunciano in materia di danno extracontrattuale, ma anche contrattuale, di imprimere soggettive accentuazioni ai risarcimenti che vengono liquidati“.

Infatti la funzione del risarcimento del danno nel sistema italiano rimane quella compensativo/ripristinatoria da sempre affermata da dottrina e giurisprudenza.

Tuttavia a giudizio della Corte non possono essere considerate strutturalmente incompatibili con il nostro ordinamento ipotesi di risarcimento del danno con funzione anche sanzionatoria (anche in virtù della presenza di alcune ipotesi legislativamente previste di questo tipo).

Diviene, quindi, necessaria una “intermediazione legislativa”, secondo il principio degli artt. 23, 24 e 25 della Costituzione traendo la questione della compatibilità con l’ordine pubblico delle sentenze di condanna per i punitive damages.

Un ordine pubblico non più solo interno, ma per così dire internazionale e cioè “complesso dei principi fondamentali che caratterizzano la struttura etico-sociale della comunità nazionale in un determinato periodo storico, e nei principi inderogabili immanenti nei più importanti istituti giuridici” (così Cass. 1680/84) avendo riguardo al “sistema di tutele approntate a livello sovraordinato rispetto a quello della legislazione primaria, sicché occorre far riferimento alla Costituzione e, dopo il trattato di Lisbona, alle garanzie approntate ai diritti fondamentali dalla Carta di Nizza, elevata a livello dei trattati fondativi dell’Unione europea dall’art. 6 TUE (Cass. 1302/13)”.

Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia sui danni punitivi, dunque, “deve corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità con l’ordine pubblico”.

Ciò vuol dire che la prestazione patrimoniale di carattere sanzionatorio o deterrente non può essere imposta dal giudice italiano senza espressa previsione normativa cosi come per ogni pronuncia straniera.

Il principio di legalità postula che una condanna straniera a “risarcimenti punitivi” provenga da fonte normativa riconoscibile, cioè che il giudice a quo abbia pronunciato sulla scorta di basi normative adeguate, che rispondano ai principi di tipicità e prevedibilità.

Pertanto, è necessaria la presenza di una legge o simile fonte che regoli la materia sulla base di principi e soluzioni di quel paese che non produca effetti contrastanti con l’ordinamento italiano.

Infine può affermarsi che si è di fronte ad una sentenza che non muta la funzione del risarcimento del danno nel nostro ordinamento, la quale in via generale resta compensativo/ripristinatoria ed ha come scopo principale quello di “eliminare” il danno subito dal danneggiato.

Allo stesso tempo, però, la Corte sottolinea che non è strutturalmente incompatibile con il nostro sistema la possibilità che il risarcimento del danno abbia anche funzione punitivo/deterrente (vista anche la presenza di alcune ipotesi di questo tipo espressamente previste dal legislatore).

Pertanto laddove il giudice italiano si dovesse trovare a delibare sentenze straniere in cui sono comminati cd. danni punitivi non potrebbe giudicarle contrarie all’ordine pubblico interno, poiché quest’ultimo non fa riferimento all’istituto del risarcimento del danno unicamente con funzione compensativa, né lo ritiene incompatibile con una funzione anche sanzionatoria.