congedo parentale

Corte Costituzionale 23 settembre 2016: il permesso mensile spetta anche al convivente

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 33 comma 3 L. n. 104/1992, come modificato dalla l. n. 183/2010, per contrarietà agli artt. 2, 3 e 32 Cost. nella parte in cui non prevedeva la possibilità per il convivente di godere del permesso mensile retribuito al fine di assistere una persona con disabilità grave.

La sentenza Corte Costituzionale del 23 settembre 2016 n 213 ha ampliato il novero dei soggetti che possono usufruire dei permessi e includendo tra questi anche la persona convivente.

La Corte esamina la norma e riafferma i principi già sostenuti dalla giurisprudenza di legittimità in riferimento all’art. 42 del D.lgs n. 51/2001 in materia di congedo straordinario.

La Corte Costituzionale in passato, in materia di diritti sociali, ha sostenuto che “il legislatore ha inteso, dunque, farsi carico della situazione della persona in stato di bisogno, predisponendo anche i necessari mezzi economici, attraverso il riconoscimento di un diritto al congedo in capo ad un suo congiunto, il quale ne fruirà a beneficio dell’assistito e nell’interesse generale.

Il congedo straordinario è, dunque, espressione dello Stato sociale che si realizza, piuttosto che con i più noti strumenti dell’erogazione diretta di prestazioni assistenziali o di benefici economici, tramite facilitazioni e incentivi alle manifestazioni di solidarietà fra congiunti” (C. Cost. n. 203/2003).

E’ chiaro come l’interesse preminente della Corte e della giurisprudenza di legittimità sia quello di garantire ( in ossequio col dettato normativo) la legittimità degli strumenti di politica socio-assistenziale.

Non a caso sono gli stessi Giudici della Consulta a definire il congedo parentale alla stregua di uno “strumento di politica socio-assistenziale (…) che è basato sul riconoscimento della cura alle persone con handicap in situazione di gravità prestata dai congiunti e sulla valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale e intergenerazionale”

Nella sentenza del 30 settembre la Corte Costituzionale, pur dichiarando fondato il ricorso, ha addotto una motivazione non proprio in linea con le ragioni sollevate dal Giudice a quo. Quest’ultimo, infatti, ha ritenuto la norma incostituzionale per violazione degli artt. 2 e 3 Cost.: in quanto l’art. 33 comma 3 L. n. 104/1992 si sarebbe posto in contrasto con il concetto di famiglia quale espressione di formazione sociale tutelata dall’ordinamento; comprendente anche la famiglia di fatto.

Il giudice a quo nell’ordinanza di rimessione ha evidenziato che la L.104/92 non fa’ riferimento al concetto di famiglia nucleare di cui all’art. 29 Cost. quanto piuttosto a quello di famiglia estesa in cui sono ricompresi parenti e affini entro il terzo grado.

Ne deriverebbe, secondo il remittente, la possibilità di inquadrare il concetto di famiglia cui fa riferimento l’art. 33 del d.lgs 104/92 nell’art. 2 Cost e dunque vi sarebbe “una discrasia tra la norma in parola, nella parte in cui non attribuisce alcun diritto di assistenza al convivente more uxorio, e i principi sanciti a più riprese dalla giurisprudenza nazionale (tanto costituzionale che di legittimità) e sovranazionale in punto di tutela della famiglia di fatto retta dalla convivenza more uxorio e dei diritti e doveri connessi all’appartenenza a tale formazione sociale”.

Per converso l’INPS, in qualità di controricorrente, ha chiesto il rigetto della questione sollevata fondando le proprie ragioni su una diversa interpretazione del concetto di famiglia rifacendosi a quella giurisprudenza che individua nella “stabilità del vincolo” il criterio discretivo per la definizione di famiglia.

Tale orientamento riconosce la sussistenza del requisito della stabilità nel solo caso in cui vi sia un matrimonio valido ritenendo altrimenti il vincolo soggetto ad una intrinseca instabilità in quanto liberamente revocabile in qualsiasi momento.

La Corte tuttavia non si è soffermata sulla questione dei rapporti tra famiglia nucleare e famiglia allargata, astenendosi dall’esaminare la questione della equiparazione tra famiglia di diritto e famiglia di fatto.

Le motivazioni della pronuncia si iscrivono in tutt’altro ragionamento giuridico. Infatti la pronuncia di incostituzionalità si fonda in conformità alla ratio legis della norma che consiste nel favorire l’assistenza alla persona affetta da handicap grave in ambito familiare.

Subito dopo la pubblicazione della sentenza in molti hanno “storto il naso”, attendendosi dalla Corte una motivazione più aderente alle richieste formulate dal Giudice rimettente.

Più aderente alla questione “famiglia”. I giuristi costituzionalisti hanno sottolineato, in proposito, che il principio del chiesto e pronunciato, tipico del processo civile (art. 112 c.p.c.), trova applicazione anche nel processo costituzionale, ma subisce degli adattamenti in considerazione delle peculiari esigenze di questo processo.

La Corte infatti, ai sensi dell’art. 27 L. 87/1953( Legge 11 marzo 1953, n. 87), deve pronunciarsi nei limiti dell’impugnazione, tuttavia trattandosi di un organo Costituzionale, dotato di potere di interpretazione del provvedimento di rimessione, si ritiene che possa estendere il thema decidendum.

Dunque la Corte, sulla base della ratio legis individuata nel favorire l’assistenza in ambito familiare a tutela della persona affetta da handicap grave, ha affermato la violazione degli artt. 32 e 2 Cost. in quanto “il diritto alla salute psico-fisica, ricomprensivo della assistenza e della socializzazione, va garantito e tutelato, al soggetto con handicap in situazione di gravità, sia come singolo che in quanto facente parte di una formazione sociale per la quale, ai sensi dell’art. 2 Cost., deve intendersi «ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico» (Corte Cost. sentenza n. 138 del 2010)”.

La Corte ha rinvenuto anche la violazione dell’art. 3 Cost, ma sotto diverso profilo rispetto a quello evidenziato dal Giudice a quo sostenendo che “l’art. 3 Cost. va qui invocato, dunque, non per la sua portata eguagliatrice, restando comunque diversificata la condizione del coniuge da quella del convivente, ma per la contraddittorietà logica della esclusione del convivente dalla previsione di una norma che intende tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile (v. sia pure per profili diversi, la sentenza n. 404 del 1988)”

Dunque, conclude la Corte, alla luce delle premesse sopra svolte e della ratio legis della norma, “è irragionevole che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito ivi disciplinato, non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità”.