titolarità del diritto dedotto in giudizio

Contestazione della titolarità del diritto dedotto in giudizio: mera difesa o eccezione in senso stretto? Sez. Un. 2951/2016

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affrontato, nella sentenza in oggetto (in allegato schematizzata ed evidenziata:Sez. Un. 2951 del 2016 ), la questione relativa ai mezzi di contestazione della titolarità della posizione giuridica soggettiva dedotta in giudizio.

L’esposizione dei fatti di causa può agevolare la comprensione della problematica sottoposta alle Sezioni Unite.

Gli attori proponevano domanda di risarcimento dei danni arrecati ad un fabbricato da parte dell’Anas, adducendo di esserne, rispettivamente, il nudo proprietario e l’usufruttuario. Accolta la domanda, proponeva appello l‘Anas, fino ad allora rimasta contumace, contestando la circostanza  che gli attori fossero titolari di tali diritti reali. La Corte d’Appello accoglieva il ricorso proposto dall’Anas, qualificando l’attività difensiva dell’appellante come una mera difesa e non come un’eccezione in senso stretto.

Al fine di risolvere il contrasto generatosi nella giurisprudenza di legittimità , in via preliminare le Sezioni Unite hanno ritenuto di dover analizzare la legittimazione ad agire e la titolarità del diritto oggetto di giudizio, evidenziandone i presupposti e i relativi tratti discretivi.

La legittimazione ad agire si iscrive nella cornice del diritto al’azione, il diritto di agire in giudizio”. Si fonda sugli articoli 24 della Costituzione e 2907 del codice civile, e serve ad individuare la titolarità del diritto dedotto in giudizio (art. 81 c.p.c.). La legittimazione ad agire in particolare, e specularmente quella a contraddire, si fonda sull’affermazione di titolarità compiuta dalla parte che agisce in giudizio, ovvero sulla sua prospettazione; da ciò consegue che il relativo difetto può essere eccepito in ogni stato e grado del giudizio e può essere rilevato d’ufficio dal giudice (si tratta, secondo la Suprema Corte, di evenienza trascurabile).

Su presupposti diversi si fonda la titolarità del diritto sostanziale, che attiene piuttosto al merito della domanda, ovvero alla sua fondatezza. Le dubbia modalità di contestazione di quest’ultima ha generato un dibattito giurisprudenziale, da cui origina la rimessione all’organo di nomofilachia. Secondo l’orientamento minoritario si tratterebbe di una mera difesa; secondo quello maggioritario di un’eccezione in senso stretto, concernendo essa il merito della domanda.

Risolvendo il contrasto le Sezioni Unite hanno condiviso l’orientamento da ultimo citato nella parte in cui ritiene che la titolarità del diritto oggetto del giudizio rientri nel merito della domanda, ma lo hanno confutato in relazione alle conclusioni raggiunte. Nessun dubbio si pone, difatti, sul fatto che “la titolarità del diritto fatto valere in giudizio è un elemento costitutivo della domanda. Gli elementi costitutivi possono consistere in meri fatti o fatti-diritto”.

E’ proprio la seconda ipotesi a verificarsi nel caso di specie, dal momento che la domanda di risarcimento dei danni individua tra i propri elementi costitutivi il diritto di proprietà (e di usufrutto) sul bene danneggiato. In quanto tale, l’onere probatorio grava su chi vuole avvalersi di tale diritto in giudizio (art. 2697 c.c.), ovvero sull’attore.

Il convenuto che intenda contestare la prospettazione dell’attore può limitarsi, ad avviso delle Sezioni Unite, ad una mera difesa, qualora non ritenga necessario chiedere di provare fatti impeditivi, estintivi o modificativi. Può, in altri termini, limitarsi a contestare la fondatezza del fatto-diritto sul presupposto della sua inesistenza, senza che sia necessario proporre un’eccezione concernente l’esistenza di fatti estintivi, modificativi o impeditivi del diritto.

Tantomeno una tale attività può farsi rientrare nel novero delle eccezioni in senso stretto, che sono soggette al termine di decadenza di cui all’art. 167 comma 2 c.p.c. (a mente del quale “A pena di decadenza deve proporre le eventuali domande riconvenzionali e le eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio”).

Conseguentemente le Sezioni Unite affermano che “la questione che non si risolva in un’eccezione in senso stretto può essere posta dal convenuto anche oltre quel termine e può essere sollevata d’ufficio dal giudice. Essa può anche essere oggetto di motivo di appello, perché l’art. 345 c.p.c., comma 2, prevede il divieto di nuove eccezioni che non siano rilevabili anche d’ufficio”.

Tale assunto non comporta l’assoluta irrilevanza dell’attività defensionale contenuta nella comparsa di risposta. A tal proposito possono venire in rilievo diverse evenienze.

In primo luogo può accadere che il convenuto si costituisca e riconosca il fatto-diritto posto dall’attore a fondamento della propria domanda; oppure articoli una difesa incompatibile con la negazione di quel particolare fatto costitutivo. In detta evenienza la dimostrazione da parte dell’attore sulla titolarità del diritto è superflua.

A conclusioni differenti deve pervenirsi nel caso in cui il convenuto si costituisca e non contesti i fatti dedotti dall’attore. Non potendosi equiparare il silenzio al riconoscimento, difatti, non vi è automatico riconoscimento del fatto-diritto e dunque l’attore non è esonerato dal relativo onere probatorio, tanto che la eventuale insussistenza dello stesso può essere sempre rilevata dal giudice ove emerga dagli atti di causa o dal materiale probatorio raccolto.

Ancora diversa è la situazione nel caso in cui il convenuto rimanga contumace. Ad avviso della Suprema Corte, difatti, “questo silenzio, per il codice, ha ancor meno valore”, in quanto “la contumacia esprime un silenzio non soggetto a valutazione, non vale a rendere non contestati i fatti allegati dall’altra parte, né altera la ripartizione degli oneri probatori tra le parti”.

Alla luce delle coordinate tracciate le Sezioni Unite non hanno difficoltà a pervenire alla soluzione del caso di specie.

La contumacia in primo grado del convenuto, “non vale a rendere non contestati i fatti allegati dall’altra parte, né altera la ripartizione degli oneri probatori e non vale in particolare ad escludere che l’attore debba fornire la prova di tutti i fatti costitutivi del diritto dedotto in giudizio. Però il convenuto, costituendosi tardivamente accetta il giudizio nello stato in cui si trova, con le preclusioni maturate. Gli sarà preclusa la possibilità di basare la negazione della titolarità del diritto sull’allegazione e prova di fatti impeditivi, modificativi o estintivi non rilevabili dagli atti”.

Per questi motivi, la Suprema Corte ha ritenuto fondato il ragionamento operato dalla Corte d’Appello.

Meritevoli di rilievo sono anche gli altri motivi.

In uno l’ordinanza di rimessione interroga le Sezioni Unite in ordine al quesito se il risarcimento del danno spetti a colui che era proprietario al momento dell’evento dannoso, o al proprietario al momento in cui viene proposto il giudizio.

A tal proposito la Suprema Corte afferma che “diritto al risarcimento dei danni subiti da un bene spetta al titolare del diritto di proprietà sul bene al momento dell’evento dannoso. E’ un diritto autonomo rispetto al diritto di proprietà e non segue il diritto di proprietà in caso di alienazione, salvo che non sia convenuto il contrario”.

Dunque, il diritto al risarcimento del danno non è una componente accessoria del diritto di proprietà e non si trasferisce insieme a quest’ultimo, ma può essere ceduto solamente secondo le modalità di cui all’art. 1260 c.c..

Nell’altro si critica l’affermazione della Corte di merito nella parte in cui ha subordinato il trasferimento della proprietà dell’immobile alla stipula dell’atto pubblico. Tale censura viene agevolmente superata dalle Sezioni Unite dal momento che è lo stesso codice civile – art. 1350 n.1 – a disporre come il contratto che trasferisce la proprietà debba sì essere fatto per iscritto a pena di  nullità, ma ciò può avvenire sia per atto pubblico che per scrittura privata. Nel caso di specie l’acquisto, pur sottoposto a condizione sospensiva, era avvenuto nel 1988, in data precedente all’evento dannoso (del 1994), e alcun valore assume, dunque, la stipula per atto pubblico (del 1995).

Sez. Un. 2951 del 2016

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