Configurabilità del silenzio-inadempimento ed acquisizione sanante ex art. 42 bis t.u. espropri

Tar Lazio n. 43 del 04.01.2016

La sentenza del Tar Lazio che qui si commenta rappresenta l’occasione per fare il punto su due temi che, pur se apparentemente lontani, in realtà contengono numerosi punti di intersezione.

Ci si riferisce ai presupposti che devono sussistere perché possa sussistere l’obbligo della p.a. di provvedere (art. 2 legge 241 del 1990) e, con particolare riguardo alla materia espropriativa, se la pubblica amministrazione sia obbligata a concludere il procedimento ablativo, acquisendo il fondo illegittimamente occupato ovvero restituendolo al proprietario.

La decisione prende spunto dal ricorso di alcuni privati, con cui questi ultimi censuravano il silenzio serbato dalla pubblica amministrazione a fronte di un’istanza con cui essi avevano chiesto all’autorità espropriante di decidere se acquisire il bene ex art. 42 bis d.p.r. 327 del 2001 oppure di restituirlo mediante rimessione in pristino.

Nel costituirsi in giudizio, l’amministrazione resistente deduceva preliminarmente il difetto di giurisdizione (eccezione rigettata dai giudici capitolini) ma soprattutto l’inammissibilità e/o improcedibilità del ricorso, poiché il suddetto 42 bis non rappresenta un procedimento che prende avvio da un’istanza del privato, né è contemplato un termine entro il quale tale procedimento deve necessariamente concludersi.

Ebbene, tali deduzioni vengono smentite dai giudici del Tar Lazio, i quali accolgono il ricorso e, per l’effetto, condannano la pubblica amministrazione a decidere se procedere all’acquisizione dei fondi ex art. 42 bis t.u. espropri ovvero alla restituzione degli stessi mediante rimessione in pristino.

Particolarmente interessante risulta la motivazione che sorregge la decisione in commento.

In particolare, il Tar Lazio aderisce a quell’orientamento giurisprudenziale, diffusosi negli ultimi anni, secondo cui l’obbligo di provvedere in capo alla p.a. sussiste non solo quando la legge preveda espressamente che il procedimento amministrativo debba essere avviato su istanza di parte o d’ufficio, ma anche quando ragioni di giustizia e di equità impongano l’adozione di un provvedimento ovvero le volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell’Amministrazione.

Ne deriva che il provvedimento di acquisizione sanante ex art. 42 bis giunge all’esito di un procedimento che, pur se discrezionale nel quomodo (poiché la p.a. è tendenzialmente libera di scegliere se acquisire il bene o restituirlo al privato), è invece vincolante nell’an, non potendo l’autorità pubblica restare in silenzio e “decidere di non decidere”.

Sulla scorta di tale (condivisibile) percorso argomentativo, i giudici amministrativi accolgono il ricorso ed ordinano al Comune resistente di assumere un provvedimento sulle istanze presentate dai ricorrenti entro trenta giorni dalla comunicazione della sentenza.

Infine una precisazione.

Nella sentenza si legge che “con il ricorso è stato chiesto l’annullamento del silenzio sulla istanza…”.

Pertanto, è verosimile che i ricorrenti abbiano inteso la mancata risposta della p.a. come un silenzio-diniego (ossia un provvedimento tacito di segno negativo) e, conseguentemente, ne abbiano chiesto l’annullamento entro il termine decadenziale.

Ebbene, il Tar Lazio ritiene invece che tale ricorso sia “tendente ad accertare l’illegittimità del silenzio serbato dalla p.a.”, per cui la domanda dei privati viene considerata un’azione di accertamento, anziché di un annullamento.

Ebbene, tale decisione dei giudici amministrativi si pone perfettamente in linea con le disposizioni del codice del processo amministrativo, se sol si considera che ai sensi dell’art. 32 comma 2 “il giudice qualifica l’azione proposta in base ai suoi elementi sostanziali. Sussistendone i presupposti il giudice può sempre disporre la conversione delle azioni”.

Del resto, alla ricostruzione del silenzio della p.a. in materia espropriativa in termini di silenzio-diniego osta anche la considerazione che quest’ultimo rappresenta un istituto eccezionale (e confinato ad ipotesi residuali) del diritto amministrativo, per cui dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che le ipotesi di silenzio-diniego richiedono una espressa previsione legislativa; espressa previsione legislativa di cui, in tema di acquisizione sanante ex art. 42 bis, non v’è traccia alcuna.

Tar Lazio n. 43 del 2016

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