Comodato a tempo indeterminato: la Corte di Cassazione chiarisce alcuni aspetti

Con la pronuncia datata 17 dicembre 2015 n. 25356 la Corte di Cassazione si è occupata della natura e della sorte di un contratto di comodato avente ad oggetto un immobile volto a soddisfare le esigenze abitative di un nucleo familiare, il quale però successivamente si dissolve parzialmente a causa della separazione personale tra i due coniugi.

Nel caso di specie l’immobile in questione era un appartamento di proprietà dei genitori del marito della coppia alla quale era stato concesso in comodato perché fosse adibito ad abitazione familiare.
Nel giudizio di separazione personale tra i coniugi, poi, lo stesso appartamento è stato assegnato con provvedimento del Presidente del Tribunale alla moglie separata.
A questo punto i proprietari dell’immobile avevano presentato domanda di risoluzione del contratto di comodato in esame per ottenere la restituzione dell’appartamento. In primo grado il Tribunale di Taranto ha accolto la domanda di parte attorea e per questo motivo la moglie separata ha dapprima presentato appello e, una volta respinto lo stesso dalla Corte di Appello di Lecce, si è poi rivolta alla Corte di Cassazione.
Ebbene la Suprema Corte si è trovata innanzitutto a ribadire la natura di un contratto di comodato del tipo di quello stipulato dalle parti in causa affermando che “ove il comodato di un bene immobile sia stato stipulato senza limiti di durata in favore di un nucleo familiare (nella specie: dal genitore di uno dei coniugi) già formato o in via di formazione, si versa nell’ipotesi del comodato a tempo indeterminato, caratterizzato dalla non prevedibilità del momento in cui la destinazione del bene verrà a cessare“.
Il vincolo di destinazione impresso sul bene, inoltre, perdura anche se si versa in un periodo di crisi coniugale: se permangono le esigenze abitative di quella parte della famiglia che continua ad abitare nell’immobile, il comodante non può porre fine al rapporto.
Infatti secondo la Corte  “in tal caso, per effetto della concorde volontà delle parti, si è impresso allo stesso un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari idoneo a conferire all’uso cui la cosa deve essere destinata il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi coniugale e senza possibilità di far dipendere la cessazione del vincolo esclusivamente dalla volontà, ad nutum, del comodante“.
Tuttavia, pur in assenza di un limite temporale, vi sono comunque esigenze che giustificano la cessazione del comodato, ad esempio la sopravvenienza di un bisogno urgente e improvviso del comodante, come la necessità di utilizzare direttamente l’immobile o il deterioramento delle sue condizioni economiche. In tal caso, la restituzione del bene può anche essere finalizzata alla sua vendita o alla sua locazione.
Salva la facoltà del comodante di chiedere la restituzione nell’ipotesi di sopravvenienza di un bisogno, ai sensi dell’art. 1809, comma 2, c.c., segnato dai requisiti della urgenza e della non previsione”
Nel caso posto all’attenzione della Corte, l’immobile oggetto di tale contratto era stato chiesto indietro da uno dei proprietari in ragione del fatto che il bene aveva una struttura compatibile con il grave handicap motorio che aveva colpito il comodante.
È chiaro che si tratta di un bisogno che ha quelle caratteristiche sufficienti a legittimare la risoluzione del rapporto di comodato, così l’accoglimento della domanda di restituzione, avvenuto in primo grado e convalidato in appello, è stato confermato anche dal giudice di legittimità. Quest’ultimo però non ha fondato la propria decisione, come invece era avvenuto nei gradi di giudizio precedenti, sulla natura giuridica del contratto di comodato in oggetto. Infatti il comodato de quo non è precario (e come tale soggetto alla volontà di risoluzione del comodante) bensì a tempo indeterminato; tuttavia nonostante la sua natura ricorrono i requisiti di urgenza e imprevedibilità dei bisogni del comodante che giustificano la restituzione dell’immobile.

Cassazione 17 dicembre 2015 n. 25336 Cassazione 17 dicembre 2015 n. 25336

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