CASSAZIONE CIVILE, Sez. III, 26 febbraio 2014, n. 4557

CASSAZIONE CIVILE, Sez. III, 26 febbraio 2014, n. 4557I

I rapporti tra le clausole di rinegoziazione a l’eccezione di inadempimento.

La pronuncia di seguito riportata affronta la tematica della possibile incidenza sul rapporto contrattuale dalla predisposizione di una clausola di aggiustamento del prezzo originario. In particolare nell’ambito dell’ordinamento italiano, la dottrina qualifica come clausole di stile  tutte le clausole di rinegoziazione a contenuto generico che attribuiscono alle parti soltanto una mera facoltà di  rinegoziare l ’accordo iniziale, senza imporre loro un vero e proprio obbligo di trattare per la modifica delle condizioni contrattuali originarie in presenza di circostanze sopravvenute durante l’esecuzione del rapporto.

La gestione delle sopravvenienza è un problema che occupa da tempo immemore sia la dottrina che la giurisprudenza. Si tratta di un tema che si attaglia ai rapporti di durata; in quanto i rapporti che, invece, si esauriscono “uno actu” non sono esposti ad eventi imprevedibili o futuri e, pertanto, non necessitano delle stesse garanzie dei rapporti a lungo termine, che, diversamente, sono passibili di subire innumerevoli variabili.

In particolare si è sempre cercato di conferire stabilità ai rapporti giuridici. Si è sempre cercato, nella stesura dei contratti e dei negozi giuridici ( in generale), di conferire agli stessi un alto tasso di immutabilità. La modifica delle condizioni negoziali implica una fase di trattative, di scambio di interessi e di manifestazioni di volontà. Ciò implica l’applicazione delle regole di buona fede, di correttezza e di lealtà. Tutto questo richiede tempo e non sempre, a seguito di un evento imprevedibile, le parti di un contratto hanno il tempo di “gestire la sopravvenienza” contrattando una modifica del negozio. Ecco perché molto spesso i contratti di durata prevedono talune clausole, generiche o specifiche, volte ad evitare che i contraenti, durante l’esecuzione di un contratto, diano vita ad una lunga e defatigante fase di trattative per adeguare il contratto alle nuove e sopravvenute circostanze. Queste “clausole” presentano l’utilità pratica di consentire alle parti di modificare le condizioni contrattuali in presenza di un dato evento che muti la situazione di fatto originaria. Le parti, in sostanza, nella fase delle trattative del contratto ( di durata, periodico, etc.) stabiliscono “come comportarsi” per il caso in cui dovesse accadere un evento futuro e incerto che sia tale da modificare la situazione di fatto. Ovviamente occorre precisare che non si tratta di una clausola accidentale dalla quale si fa dipendere l’efficacia del contratto, in quanto il contratto al quale le parti aggiungono una clausola di rinegoziazione è valido ed efficace sin dall’inizio, mentre il contratto sottoposto a condizione è valido al momento della stipula ma inefficace.

Le clausole esaminate dalla pronuncia in rassegna non fanno altro che “prevenire” uno stallo del contratto, che potrebbe verificarsi nell’ipotesi di eventi sopravvenuti e imprevedibili. Accade spesso però, nella fenomenologia dei rapporti contrattuali, che non sempre tutti gli eventi possono essere previsti e dunque “controllati”. Ecco perché è sorto il fenomeno delle clausole di rinegoziazione.

Il fenomeno preso in esame è sicuramente complesso e poliedrico, pertanto, richiede un necessario approfondimento.

Nella prassi contrattuale sono particolarmente diffuse le c.d. clausole di aggiustamento del prezzo. Questi strumenti, espressioni dell’autonomia negoziale delle parti, cercano di garantire una maggiore flessibilità del contratto attraverso un (eventuale) adeguamento delle prestazioni durante l’esecuzione del rapporto. Dette clausole, in vero, non sono sempre uguali ( rectius di stile) ma si distinguono in: clausole che producono un adeguamento “automatico” del prezzo al verificarsi dei presupposti originariamente individuati e clausole che producono, invece, un adeguamento del prezzo solo in seguito ad una successiva (e nuova) espressione dell’autonomia contrattuale

Nella prima categoria vi rientrano sia le clausole che vincolano l’adeguamento ad un semplice parametro d’indicizzazione (ad es., indice dei prezzi al consumo per le famiglie accertati dall’ Istat, valore del canone di locazione indicizzato, etc.) , sia le clausole che vincolano l’adeguamento all’applicazione di un parametro più complesso, ma (ritenuto) necessario per prevenire eventuali avvenimenti sopravvenuti durante l’esecuzione del rapporto contrattuale.

Nel secondo gruppo vi rientrano, invece, sia le clausole attributive del c.d. ius variandi, che permettono a ciascun contraente di modificare unilateralmente, in itinere, il rapporto contrattuale, sia le clausole di rinegoziazione, che subordinano le modifiche del contratto originario ad un successivo accordo tra le parti.

Il fenomeno delle clausole di rinegoziazione si presenta alquanto complesso e variabile, perché tutto dipende da “come” le parti decidono di gestire le sopravvenienze.

Nella prassi contrattuale si suole distinguere tra: clausole volte a tutelare le parti in presenza di specifiche sopravvenienze contrattuali (clausole di rinegoziazione c.d. specifiche) e clausole dirette a proteggere le parti nei confronti di un più ampio e generico ventaglio di circostanze sopravvenute (clausole di rinegoziazione generiche. La distinzione si giustifica in virtù delle diverse finalità perseguite, di volta in volta, dai contraenti. Ovviamente questo fa dipendere una diversa struttura della clausola.

Con riguardo alle clausole di rinegoziazione specifiche, le parti, una volta individuati in modo preciso i presupposti applicativi possono, stabilire criteri dettagliati per disciplinare la rinegoziazione del contratto originario.

Viceversa, con riguardo alle clausole di rinegoziazione generiche le parti difficilmente riescono a prevedere regole specifiche per l’ adeguamento del rapporto; per cui, lungi dal predisporre un’ indicazione precisa dei presupposti applicativi, si riservano una maggiore autonomia negoziale per l’evenienza da “gestire” ( con la previsione, al più, di criteri molto generici di adeguamento contrattuale). L’elaborazione di una clausola di rinegoziazione generica evita alle parti una complessa concertazione che implicherebbe dispendio di tempo e di energie e conferisce loro maggiore autonomia negoziale. Da qui la maggiore diffusività di tali clausole rispetto a quelle specifiche. Tuttavia, nonostante le clausole di rinegoziazione generica attribuiscano indiscutibili vantaggi alle parti ( in punto di autonomia negoziale) le stesse presentano alcuni profili problematici.

Il primo attiene alla discrasia che può paventarsi tra l’evento previsto dalle parti ( genericamente) e l’evento che realmente accade. Le previsioni generiche si prestano molto spesso a dubbi interpretativi e consentono alle parti di interpretare a piacimento l’evento futuro, escludendolo o facendolo ricomprendere nella previsione di una clausola generica; il tutto con grave pregiudizio per la certezza dei rapporti contrattuali.

Altro dubbio, in ordine alle clausole di rinegoziazione, riguarda la bilateralità o l’unilateralità delle stesse. Infatti l’evento imprevedibile potrebbe, per certi versi avvantaggiare uno dei due contraenti, il quale, potrebbe rifiutarsi di addivenire ad un adeguamento del contratto. In tal caso il dubbio è: il rifiuto di adeguare il contratto integra un inadempimento del contratto, oppure no?

La Cassazione, con la sentenza in commento, cerca di risolvere proprio questo aspetto inquadrando il fenomeno nell’ambito dell’art. 1460 cod civ.

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