Caso Moggi: Cassazione Penale, Sez. III, 9 settembre 2015 n. 36350

La Corte di Cassazione ha definitivamente accertato l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi sportive.

La Terza Sezione della Corte di cassazione ha definitivamente accertato la esistenza di una associazione per delinquere, strutturata sull’intero territorio nazionale, composta da dirigenti di un’importante società di calcio, da soggetti (di vertice e non) del settore arbitrale e della FIGC, e finalizzata alla commissione sistematica di frodi sportive consistite nel condizionamento delle gare del campionato di calcio 2004 – 2005 e, più in generale, nell’alterazione dei risultati sportivi attraverso il controllo dei vertici della FIGC e degli arbitri (c.d. Calciopoli).

La Suprema Corte nella pronuncia in commento è giunta a tali conclusioni ritenendo consumato il reato associativo de quo nonostante alcuni motivi di ricorso sollevati dalle difese degli imputati fossero fondati sulla durata del vincolo ed in particolare sull’estrema limitatezza nel tempo dell’associazione (destinata ad operare solo con riferimento alla stagione sportiva 2004-2005).

A giudizio della Corte, tuttavia, ai fini della configurabilità del reato associativo non è necessario che il vincolo si instauri con il carattere della permanenza a tempo indeterminato, potendo essere senza dubbio relativo a forme di partecipazione destinate ad una durata limitata nel tempo sin dalla loro costituzione; altrettanto irrilevante è la circostanza che i delitti programmati vengano o meno realizzati e, nel primo caso, siano commessi soltanto da alcuni membri dell’associazione.

Risultano invece presenti, a parere dei giudici,  gli elementi sintomatici di un’associazione volta al perseguimento di fini criminosi: la stabilità di un gruppo di persone non inferiore a tre unità, le finalità illecite perseguite e l’esistenza di una ben strutturata ed articolata organizzazione idonea al perseguimento delle suddette finalità.

Con la stessa precisione la Corte di pronuncia anche circa la configurabilità del reato di frode in competizioni sportive ex art.1 legge 401/1989 («Chiunque offre o promette denaro o altra utilità o vantaggio a taluno dei partecipanti ad una competizione sportiva organizzata dalle federazioni riconosciute dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dall’Unione italiana per l’incremento delle razze equine (UNIRE) o da altri enti sportivi riconosciuti dallo Stato e dalle associazioni ad essi aderenti, al fine di raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione, ovvero compie altri atti fraudolenti volti al medesimo scopo, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000»).

Due le condotte tipiche delineate dalla norma: una specifica costituita dall’offerta o promessa di denaro o altra utilità; l’altra, più generica, costituita dal compimento di altri atti fraudolenti. In entrambi i casi la presenza di una finalità specifica, consistente nel raggiungimento di un risultato diverso da quello derivante dal corretto svolgimento della competizione, consente di affermare che dal punto di vista psicologico sia necessario il dolo specifico.

La Suprema Corte, in particolare, prende in considerazione la seconda delle suesposte condotte (cd. frode generica), ritenendo che nella definizione di “altri atti fraudolenti” possa rientrare anche qualsiasi condotta diretta ad alterare il risultato della gara e che si manifesta necessariamente prima della stessa per influire in qualche modo sul suo regolare svolgimento. “E’ fraudolento l’atto – scrive la Corte – quando tenta di influire sui meccanismi stessi attraverso i quali la gara si organizza e si disciplina, attentando ad essa con l’inserimento di fattori che, anche solo potenzialmente, possono incidere sul risultato”. 

 

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