Avvocati stabiliti e rifiuto dell’iscrizione all’albo da parte del COA: i chiarimenti delle Sezioni Unite

Con la  sentenza n. 4652 del 4 marzo 2016 Corte di Cassazione si pronuncia sui limiti degli ordini professionali forensi in ordine all’accertamento e valutazione dei requisiti necessari per ottenere l’iscrizione alla sezione speciale dell’albo degli avvocati.

La pronuncia riguarda il caso di un soggetto che, iscritto all’Ordine degli Abogados in Spagna, aveva chiesto l’iscrizione all’Albo degli Avvocati stabiliti presso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano.

La richiesta veniva respinta dal COA poiché dai certificati acquisiti risultava una condanna ex art. 445 c.p.p. a dieci mesi di reclusione, per reati di falsità materiale e contraffazione di sigilli.

Impugnata la decisione davanti al Consiglio Nazionale Forense, quest’ultimo rigettava l’impugnazione, confermando l’esclusione del soggetto dalla sezione speciale dell’albo avvocati.

In particolare, il CNF riteneva che il richiedente non fosse in possesso del requisito della “condotta specchiata ed illibatissima” (mutato, a seguito della legge 247/2012, in “condotta irreprensibile”) e soprattutto che tale requisito fosse indispensabile anche per l’iscrizione nella sezione dell’albo riguardante gli avvocati stabiliti.

Peraltro, il CNF affermava che la valutazione in ordine alla sussistenza di tale condizione non fosse demandata esclusivamente all’ordine professionale dello Stato membro poiché, se così fosse, il COA nazionale non potrebbe svolgere nessun accertamento sul rispetto delle regole deontologiche da parte dell’istante.

Contro questa decisione veniva proposto ricorso in Cassazione, con il quale si chiedeva l’annullamento della decisione del CNF poiché, secondo il ricorrente, l’iscrizione nella sezione speciale dell’albo avvocati rappresenterebbe un atto vincolato per il Consiglio dell’ordine degli avvocati, essendo quest’ultimo sprovvisto di qualsivoglia potere di accertamento.

Ebbene, le Sezioni Unite condividono le argomentazioni del ricorrente, annullando così la decisione del Consiglio Nazionale Forense.

Per giungere a tale decisione, i giudici della Corte richiamano il d. lgs. 96 del 2001, con il quale il legislatore ha attuato la direttiva comunitaria finalizzata a consentire l’esercizio della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui il soggetto ha ottenuto l’abilitazione forense.

Tale direttiva prevede che il soggetto, utilizzando il proprio titolo d’origine, possa chiedere l’iscrizione nella sezione speciale dell’albo avvocati relativo al foro presso il quale intende eleggere il domicilio professionale; peraltro, trascorsi tre anni da tale iscrizione, l’avvocato stabilito potrà chiedere di essere iscritto nella sezione ordinaria e di acquisire il titolo di “avvocato italiano”, qualora dimostri di aver esercitato in modo continuativo la professionale forense.

Inoltre, viene richiamato l’art. 6 del d. lgs. 96 del 2001, il quale al comma 2 subordina l’iscrizione alla sezione speciale alla iscrizione dell’istante presso la competente organizzazione professionale dello Stato membro di origine, mentre, al comma 3, vengono indicati i documenti da presentare al COA italiano per l’iscrizione alla sezione speciale, tra i quali spicca il certificato d’iscrizione all’albo del paese d’origine.

Alla luce di questo dato normativo, le Sezioni Unite giungono a ritenere che il COA di Milano non abbia alcun potere di accertare i requisiti per l’iscrizione nella sezione speciale dell’albo avvocati poiché, a mente della legislazione vigente, tale accertamento spetta esclusivamente all’ordine professionale del Paese in cui il professionista ha acquisito il titolo professionale equipollente a quello italiano.

In altre parole, una volta che il soggetto abbia presentato il certificato che attesta la sua iscrizione presso l’ordine professionale del Paese d’origine, l’iscrizione nella sezione speciale degli avvocati stabiliti in Italia non può essere certamente negata.

L’accertamento sul possesso dei requisiti per l’iscrizione all’albo degli avvocati può invece essere esercitata dal COA nel momento in cui, trascorso un triennio dall’iscrizione nella sezione speciale, l’avvocato stabilito chieda di essere iscritto nella sezione ordinaria e, dunque, di acquisire il titolo di “avvocato italiano”.

E’ solo in questo momento, dunque, che l’assenza di una condotta irreprensibile potrebbe precludere l’iscrizione all’albo.

Peraltro, la Corte chiarisce come la soluzione sposata sia quella maggiormente compatibile con la ratio che ispira la succitata direttiva comunitaria, ossia consentire (anzi, facilitare) l’esercizio della professione in uno Stato membro diverso da quello in cui il soggetto ha acquisito un titolo equipollente, evitando duplicazioni del potere di accertamento in ordine al possesso dei requisiti necessari per svolgere l’attività lavorativa.

Infine, nella parte conclusiva della pronuncia si precisa che il controllo sul possesso dei requisiti per l’iscrizione può essere svolto dal COA qualora la richiesta d’iscrizione nella sezione speciale dell’albo avvocati sia espressione di un abuso della libertà di stabilimento (riconosciuta dal diritto comunitario) e, dunque, rappresenti essa stessa una condotta non irreprensibile.

In altre parole, la condotta di colui che si è recato in uno Stato membro al solo fine di acquisire il titolo di avvocato e sia poi rientrato in Italia per esercitare la professione forense, pur se formalmente legittima, non impedisce ai Consigli dell’ordine di verificare in concreto la sussistenza di un abuso del diritto di stabilimento; ebbene, in quest’ultimo caso, poiché l’abuso del diritto si risolve in una condotta non irreprensibile, l’iscrizione alla sezione speciale potrà certamente essere negata.

In conclusione, si può affermare che la decisione della Corte sia ispirata dall’esigenza di contemperare, da un lato, la tutela della libertà di stabilimento, evitando un duplice potere di accertamento in ordine alla sussistenza dei requisiti per l’iscrizione all’albo degli avvocati, e dall’altro, dal pericolo che l’esercizio di tale libertà si traduca in un vero e proprio abuso.

Peraltro, non si può non rilevare come tale pronunci dimostri, una volta di più, la vis espansiva e la portata avvolgente dell’abuso del diritto quale principio applicabile in tutti i settori dell’ordinamento (basti pensare alle applicazioni giurisprudenziali nel diritto civile, tributario, societario, del lavoro etc).

L’iscrizione degli avvocati “stabiliti” alla sezione speciale dell’albo degli avvocati territorialmente competente è subordinata esclusivamente al possesso dei requisiti di cui all’art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 96 del 2001, senza che sia opponibile la mancanza delle altre condizioni prescritte dall’ordinamento forense nazionale, salvo che la condotta del richiedente non sia qualificabile come abuso del diritto.”