Autorizzazione alla permanenza in Italia dei genitori extracomunitari. Cass 18563/16.

La fattispecie indagata concerne i parametri funzionali al rilascio dell’autorizzazione alla permanenza in Italia dei genitori extracomunitari di tre minori, di cui uno affetto da albinismo.

La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 18563/16 (qui scaricabile cassazione_18563_20161), pertanto, si pronuncia sulla corretta interpretazione ed applicazione da fornire alla norma contenuta nell’art. 31, rubricato “Disposizioni a favore dei minori”, del d. legislativo 286/98 che regolamenta tale fattispecie e dispone anche del rilascio di una autorizzazione alla permanenza in deroga alle disposizioni della normativa richiamata.

La decisione scaturisce dal diniego dell’autorizzazione alla permanenza in Italia dei due ricorrenti, genitori di tre figli in età prescolare, di cui uno affetto da albinismo.

Dinnanzi a tale domanda la Corte territoriale formulava il proprio diniego, basandolo su di una serie di argomentazioni:

  • i figli erano troppo piccoli per aver stabilito particolari legami nel territorio;
  •  in Italia i minori non avrebbero avuto altre figure di riferimento;
  •  l’albinismo è una patologia incapace di rappresentare una condizione ostativa al rimpatrio perchè non implica una ipotesi di intervento medico immediato ed urgente né, a parere della corte di appello, necessitante di cure specifiche.

In particolare la Corte si limitava a precisare che la discriminazione contro gli albini, seppur presente nel paese di rimpatrio, non rientrava nelle condizioni ex art 31.

Problematica, tra l’altro, reputata superabile dalla corte territoriale poiché i genitori potevano scegliere di recarsi anche in un altro paese diverso da quello di destinazione.

Contro tale decisione i ricorrenti promuovevano un ricorso per cassazione fondato su di una pluralità di motivi atti a dimostrare la loro possibilità di ottenere l’autorizzazione alla permanenza in Italia.

Il primo denunciava la lesione dell’art. 360 n. 5 cpc per  mancanza di una indagine tesa a verificare se il rimpatrio avesse prodotto un pregiudizio grave per lo sviluppo psico fisico del minore come sancito da S. Un. 10 21799. Da ciò emergeva, per i ricorrenti, che la corte di appello non aveva considerato il network relazionale in cui erano stati inseriti i minori, né il possibile ricorso agli ammortizzatori sociali, utilizzabili per le cure mediche del minore malato. Inoltre, precisavano che attraverso il rimpatrio si determinava una lettura errata dell’art. 31, poiché il figlio albino sarebbe stato discriminato in patria.

Il secondo motivo, invece, ineriva l’errata lettura dell’art. 31, difforme da quella consolidata in giurisprudenza, fondata sull’applicazione del combinato disposto fra l’art. 31 e l’art 1 della Convenzione di New York sulla tutela dei diritti del fanciullo e atta a evitare qualsiasi forma di lesione del minore, anche se futura.

Difatti il rimpatrio produrrebbe una lesione grave per il minore, poichè nel paese di origine è presente una discriminazione verso i soggetti albini. Discriminazione resa ancor più grave dalle inevitabili ripercussioni sull’intero nucleo familiare e soprattutto sugli altri due minori.

Censuravano, infine, anche la possibilità di recarsi in altro paese diverso da quello di origine, poiché la espulsione dall’Italia li costringerebbe, a causa della loro condizione di clandestini, a ritornare solo nel paese di origine.

Dinnanzi a tale questione interviene la Corte di Cassazione attraverso una presa di posizione netta in merito alla interpretazione dell’art. 31 che dimostra la sua capacità ampia di rilascio dell’autorizzazione alla permanenza in Italia così da adattare il dato normativo alla superiore esigenza di tutela dei minori.

Secondo la Cassazione l’art. 31 è una norma che impone una indagine approfondita sulla posizione del minore interessato dal provvedimento di allontanamento dall’ambiente in cui vive. Indagine funzionale, in sostanza, alla salvaguardia dello stato di salute psico fisico del minore (ritorna il giudizio di bilanciamento fra interessi di pari rango e la tutela di quello che la giurisprudenza definisce come best interest)  da realizzare attraverso un giudizio prognostico sugli effetti dell’allontanamento, così come evidenziato dalle S.Un. 21799/10.

Non a un caso la stessa Cassazione, nella pronuncia indagata, riprende il principio per cui la permanenza in Italia del parente del minore si estende non solo alle situazioni di “emergenza e di circostanze contingenti  ed eccezionali strettamente collegate alla sua salute, ma può comprendere qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave che, in considerazione dell’età o alle condizioni di salute ricollegabili all’equilibrio psico fisico deriva o deriverà certamente al minore dall’allontanamento del familiare o dallo sradicamento dall’ambiente in cui è cresciuto”.

Calando ciò nel casus si registra, secondo la Cassazione, mediante un giudizio prognostico, che il rimpatrio non è foriero di un sopportabile trauma per il minore derivante dall’allontanamento dall’ambiente di crescita, ma rappresenterebbe la causa generatrice di una grave lesione ai minori, in quanto incidente sul loro corretto sviluppo psico fisico.

Ecco perché la Cassazione suggerisce di effettuare una verifica basata sui due indici sintomatici presenti nella fattispecie normativa e riconosciuti come parametri utili per misurare la eventuale lesione descritta dalle S. Un. 21799/10.

I parametri richiamati sono: la età prescolare dei minori; la salute dei minori.

In merito al primo indice la Corte territoriale ha omesso, a parere della Cassazione, di considerare l’inserimento dei minori nel tessuto sociale. Inserimento, invece, provato dalla costante frequenza di tutti e tre i minori delle scuole materne.

Circa il secondo indice, invece, la Cassazione ritiene che la corte di appello abbia commesso due errori. Il primo consistente nel non aver considerato l’albinismo una malattia che necessita di cure costanti; il secondo di aver sottovalutato l’effetto discriminatorio dei minori una volta rientrati in patria.

Così facendo ha dimostrato che la corte territoriale ha mal interpretato il parametro normativo di riferimento teso a combatte qualsiasi forma di lesione grave allo sviluppo psico-fisico del minore anche se non direttamente indicato dal dato testuale della norma di riferimento.

Da ciò è palese che la Cassazione interpreta il dato normativo in maniera estensiva, così da traguardare soluzioni meramente letterali e incongrue rispetto al bene oggetto di indagine.

Inoltre, la stessa Cassazione dichiara la manifesta irragionevolezza della affermazione per cui i ricorrenti potevano trasferirsi in altro paese diverso da quello di origine.

A ben vedere i ricorrenti, essendo sprovvisti dell’autorizzazione alla permanenza in Italia e pertanto privi di qualsiasi titolo di circolazione e soggiorno in Europa non possono che sottostare alle rigide norme sull’immigrazione dei paesi extraeuropei. Conseguenza immediata di ciò, date le difficoltà ad ottenere un permesso di soggiorno in quanto clandestini, è il ritorno in patria e la sottoposizione alle discriminazioni lì presenti verso gli albini. Tale risultato dimostra che l’affermazione della corte di appello è completamente errata.

Alla luce di tutte queste considerazioni la Cassazione accoglie il ricorso dei ricorrenti e impone alla Corte di appello di svolgere un’indagine sulla reale situazione dei minori da realizzare attraverso un giudizio prognostico circa le lesioni gravi alla loro crescita determinata dall’allontanamento, così da poter adeguatamente decidere sulla  richiesta di autorizzazione alla permanenza in Italia dei genitori insieme ai tre minori.