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Assegno di divorzio e abilità al lavoro: Cass. Civ. 11870/2015

La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento (che in allegato si schematizza e si evidenzia nei passaggi fondamentali: Cass. civ. 11870 del 09.06.2015) si allinea alla recente giurisprudenza in tema di assegno divorzile.

In seguito alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, l’ex coniuge chiedeva il riconoscimento di un assegno divorzile. Detta domanda, tuttavia, veniva rigettata sia in primo che in secondo grado, dal momento che l’attrice non aveva dimostrato la sussistenza dei presupposti per l’attribuzione dell’assegno. Nel corso dei giudizi di merito era emerso che era idonea allo svolgimento dell’attività lavorativa, mentre l’ex marito aveva dimostrato il peggioramento delle proprie condizioni economiche, sia per la nascita di una figlia, sia per la perdita del lavoro.

In virtù di tale antecedente l’ex coniuge proponeva ricorso per Cassazione.

La controversia in esame attiene ad un tema da sempre al centro del dibattito della dottrina: ciò in quanto l’assegno divorzile ha caratteristiche per certi versi uniche, dal momento che da esso origina un vincolo tendenzialmente perpetuo.

Il fondamento normativo dell’assegno divorzile deve essere rinvenuto nell’art. 5 della legge 898/1970: detta norma afferma che con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, al ricorrere di determinati presupposti che la legge ha avuto cura di precisare, “dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragione oggettive”.

La giurisprudenza, soprattutto in passato, era solita riconoscere l’assegno e determinarlo in via automatica in ragione del tenore di vita mantenuto in costanza di matrimonio. Questa tendenza appare oggi in via di superamento.

La sentenza in commento si segnala perché costituisce una importante conferma dell’orientamento di recente affermatosi in giurisprudenza, teso a verificare con maggiore rigore i presupposti per il riconoscimento del suddetto assegno.

In quest’ottica si inserisce perfettamente la sentenza 11 del 2015 in cui la Corte Costituzionale ha rigettato la questione di legittimità dell’art. 5 comma 6 della legge 898/1970 (proposta dal Tribunale di Firenze, in ragione dell’interpretazione di diritto vivente per la quale l’assegno divorzile dovesse “necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio”), osservando come già di recente la Corte di Cassazione avesse riconosciuto che tutti i criteri delineati dall’art. 5 debbano esplicare diretta rilevanza ai fini della quantificazione concreta dell’assegno, agendo in particolare come fattori di moderazione e diminuzione della somma, fino a poterla azzerare del tutto.

Aderendo alla recente giurisprudenza della Corte Costituzionale e di Cassazione, trova giustificazione la sentenza in commento.

In linea di principio la Cassazione riconosce che l’accertamento del diritto all’assegno divorzile deve rapportare i mezzi a disposizione del coniuge istante rispetto al tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio. Differentemente, la liquidazione concreta dell’assegno concerne le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonchè il reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

In ragione di ciò, prosegue la Suprema Corte, “per poter valutare la misura in cui il venir meno dell’unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore”.

I principi di diritto così ricostruiti permettono la soluzione del caso di specie.

Difatti, nel giudizio di merito era emerso che la ricorrente fosse dotata di piena capacità lavorativa, esercitando, tra l’altro, seppur in maniera saltuaria, taluni lavori, di cui peraltro non aveva dimostrato né la natura né gli emolumenti da essa derivanti.

Il ricorso della ricorrente, pertanto, deve essere rigettato, non avendo in alcun modo dimostrato l’impossibilità oggettiva di procurarsi mezzi adeguati al fine di mantenere il medesimo tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio.

Cass. civ. 11870 del 09.06.2015

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