depistaggio

Il reato di depistaggio ad un anno dalla sua entrata in vigore: Cassazione 24557/17

Il reato di depistaggio ad un anno dalla sua entrata in vigore: Cassazione 24557/17

Il reato di depistaggio è una fattispecie criminosa introdotta con la Legge 11 luglio 2016, n. 133 (Introduzione nel codice penale del reato di frode in processo penale e depistaggio) e punisce con la reclusione da 3 a 8 anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che compia una delle seguenti azioni, finalizzata ad impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale: mutare artificiosamente il corpo del reato, lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato; affermare il falso o negare il vero ovvero tacere in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito, ove richiesto dall’autorità giudiziaria o dalla polizia giudiziaria di fornire informazioni in un procedimento penale.

La pronuncia n. 24557 della sesta sezione con cui la Corte di cassazione ha fatto il punto sul reato di frode in processo penale e depistaggio di cui all’art. 375 cod. pen.

Prima di esaminare i tratti salienti di detta pronuncia, può tornare utile al lettore una breve analisi di questa nuova fattispecie, ad un anno esatto dalla sua entrata in vigore.

La figura criminosa è stata introdotta con il preciso intento di “coprire” fenomeni noti alla cronaca con il nome di “insabbiamento”. In particolare è noto agli addetti ai lavori plurime forme di depistaggio e frode processuale con riferimento ai grandi processi della storia d’Italia.

L’idea di fondo è stata quella di punire il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che attraverso la sua condotta ostacoli o impedisca l’andamento delle indagini processuali. Prima dell’introduzione del reato in esame, la giurisprudenza cercava di tutelare il bene giuridico (l’amministrazione della giustizia) attraverso altre figure delittuose.

Nella specie attraverso una serie di disposizioni che puniscono la condotta di colui il quale in vario modo intralcia la giustizia: falsa testimonianza, calunnia, autocalunnia, favoreggiamento personale, falso ideologico, false informazioni al pubblico ministero (si tratta – come per il depistaggio – di comportamenti sia attivi che omissivi, volti con diverse modalità ad ostacolare l’acquisizione della prova o l’accertamento dei fatti nel processo penale).

Spesso, però, questa frammentarietà ha creato non pochi problemi agli operatori del diritto i quali si trovavano dinanzi a condotte che non raggiungevano la tipicità di uno dei delitti sopra visti; con il rischio sovente di non trovare un adeguato riscontro punitivo di fronte a condotte che alteravano non poco la verità processuale. Questa, risulta, in buona sostanza la ratio dell’introduzione del reato di depistaggio.

Il delitto è previsto dall’art. 375 c.p. (attualmente relativo alle circostanze aggravanti dei delitti di falsità processuale) e punisce con la reclusione da 3 a 8 anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che compia una delle seguenti azioni, finalizzata ad impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale: mutare artificiosamente il corpo del reato, lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato; affermare il falso o negare il vero ovvero tacere in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito, ove richiesto dall’autorità giudiziaria o dalla polizia giudiziaria di fornire informazioni in un procedimento penale.

Il nuovo reato risulterà aggravato quando:

il fatto è commesso mediante distruzione, soppressione, occultamento, danneggiamento, in tutto o in parte, ovvero formazione o artificiosa alterazione, in tutto o in parte, di un documento o di un oggetto da impiegare come elemento di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento (la pena da applicare è aumentata da un terzo alla metà);

il fatto è commesso in relazione a procedimenti penali relativi ad alcun specifici gravi reati (si applica la pena della reclusione da 6 a 12 anni)

La pena sarà diminuita dalla metà a due terzi se l’autore del fatto si adopera per:

ripristinare lo stato originario dei luoghi, delle cose, delle persone o delle prove;

evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori;

aiutare concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto oggetto di inquinamento processuale e depistaggio e nell’individuazione degli autori.

La norma ha carattere sussidiario, essendo applicabile solo quando il fatto non presenti gli estremi di un più grave reato.

Si tratta di un reato proprio, in quanto soggetto attivo può essere solo un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio mentre nell’iniziale testo approvato dalla Camera il reato era comune e la commissione da parte del pubblico ufficiale determinava l’applicazione di un’aggravante.

L’elemento soggettivo è quello del dolo specifico, perché oltre alla coscienza e volontà della condotta occorre il fine di “impedire, ostacolare o sviare un’indagine“.

La lettura della pronuncia in esame appare una chiara ricognizione della nuova figura delittuosa ad un anno dalla sua entrata in vigore.

In particolare con la decisione in oggetto la Corte ha affermato che il reato di depistaggio si configura come reato proprio del pubblico ufficiale, o dell’incaricato del pubblico servizio, la cui qualifica sia preesistente alle indagini e la cui attività sia in rapporto di connessione funzionale con l’accertamento che si assume inquinato, dovendo essere la condotta finalizzata all’alterazione dei dati, oggetto dell’indagine o del processo penale, da acquisire o dei quali il pubblico ufficiale sia venuto a conoscenza nell’esercizio della funzione.

Scarica qui il testo della sentenza cass-pen-2017-24557