Il reato di malversazione a danno dello Stato e quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche possono concorrere: SU n.20664/2017

Con la sentenza 28-04-2017, n. 20664 la Suprema Corte è stata chiamata a risolvere la seguente questione di diritto: “se il reato di malversazione a danno dello Stato (art. 316bis c.p.) concorra con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis c.p.)”.

Nel prendere posizione sul punto, gli Ermellini ripercorrono i (due) contrapposti orientamenti ermeneutici sul punto, analizzando il rapporto tra le due fattispecie.

Secondo un primo orientamento, i due reati potrebbero senz’altro concorrere, escludendosi tra loro un rapporto di specialità in ragione della mancanza di identità di beni giuridici tutelati dalle stesse.

I due comportamenti puniti, poi, attendono anche a fasi differenti: quella antecedente al conseguimento dei fondi pubblici la truffa, la fase esecutiva del progetto finanziato (tutelando l’interesse pubblico che l’erogazione intende perseguire) la malversazione.

Ebbene anche l’eventuale concomitanza dei due comportamenti, per questa opzione ermeneutica, “non vale a caratterizzare la prima o la seconda delle due ipotesi delittuose come speciale rispetto all’altra”.

Un altro orientamento sostiene, al contrario, che le due fattispecie concorrano solo apparentemente, non ritenendosi dirimente la considerazione che i diversi momenti di consumazione dei due reati possano non coincidere.

Di fatto, proteggendo lo stesso bene giuridico, i reati non potrebbero essere entrambi contestati in relazione alle medesime condotte, pur non essendovi tra loro un rapporto di specialità.

In entrambi i casi, dunque, è escluso che le due fattispecie siano tra loro in rapporto di specialità.

A questo punto la Cassazione sottolinea che l’unico criterio legalmente previsto in tema di concorso apparente di norme sia quello ex art. 15 c.p. (criterio di specialità), esteso alla sua applicazione anche all’ipotesi di concorso con illeciti amministrativi (art. 9 legge n.689/81).

Tale posizione è stata più volte ribadita dalle stesse Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che hanno più volte escluso l’utilizzo di altri criteri di natura dottrinale, quali quello dell’assorbimento, della consunzione e dell’ante fatto o post fatto non punibile.

Essi, infatti, oltre a non avere appiglio normativo, individuano elementi incerti (e suscettibili di diversa interpretazione) quale dato di discrimine, come l’identità del bene giuridico tutelato dalle norme in comparazione e la sua astratta gradazione in termini di maggiore o minore intensità.

Chiarito questo importante principio – che risulta fondamentale in tema di rapporto tra fattispecie – la Corte ha abbracciato il primo orientamento, sottolineato che l’unico criterio rilevante per stabilire se due reati possano o meno coesistere in una stessa contestazione è quello di specialità.

In assenza di un identico contesto di fatto e laddove una delle norme non contenga almeno tutti gli elementi dell’altra, tale criterio non può ritenersi soddisfatto e le fattispecie possono e devono concorrere tra loro

I reati di cui agli art. 316bis e 640bis, dunque, non sono in rapporto di specialità (nemmeno bilaterale), dato che hanno genesi e sviluppo autonomi, oltre che differenti elementi costitutivi: “gli artifici e i raggiri non costituiscono l’unica modalità attraverso la quale ottenere i finanziamenti ex 316bis; così come, per contro, le percezione illegittima non sfocia necessariamente nello storno delle somme erogate dalla loro finalità che individua l’elemento caratterizzante della disposizione di cui all’art. 640bis”.

Inoltre anche dal punto di vista storico/sistematico potrebbe giungersi a tale conclusione: le due fattispecie sono state previste da due leggi speciali entrate in vigore a poca distanza l’una dall’altra e la mancata previsione di clausole di riserva depone di per sé nel senso di una meditata definizione autonoma delle stesse.

La Corte, poi, precisa che possono essere tre le situazioni in astratto verificabili:

  1. a) il privato ottiene un finanziamento illecitamente e successivamente utilizza la somma per scopi privati;
  2. b) il privato ottiene con mezzi fraudolenti l’erogazione, ma la destina effettivamente agli scopi pubblici previsti;
  3. c) il privato ottiene legittimamente il finanziamento, ma omette di destinarlo all’attività o all’opera pubblica per cui li ha ottenuti.

Nell’ultimo caso si è di fronte a quella che la Cassazione definisce “malversazione pura”; nel secondo caso viene in evidenza l’autonomia tra le due fattispecie, in quanto il privato pone in essere una truffa, ma poi non compie una malversazione; nel primo caso dopo aver compiuto la truffa il privato con condotta anche cronologicamente autonoma ed eventuale pone in essere la malversazione.

L’analisi astratta suddetta pone in evidenza le molteplici modalità in cui possono atteggiarsi i due reati, confermando ancora una volta la differenza strutturale tra gli stessi e la possibilità che essi concorrano.

Ad ulteriore sostegno di tale interpretazione, infine, la Corte sottolinea anche il fatto che i reati analizzati si consumano fisiologicamente in tempi diversi e cronologicamente anche molto distanti tra loro (altro elemento che fa escludere il rapporto di specialità tra le fattispecie).

Pertanto la Corte arriva ad enunciare il seguente principio di diritto: “il reato di malversazione in danno dello Stato (art. 316 bis c.p.) concorre con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis c.p.)”.